Magazine Sabato 19 marzo 2005

In morte di Ivan Arnaldi

L’altrieri notte, a Castellaro, è morto Ivan Arnaldi. Aveva 72 anni e pochi giorni dopo avrebbe visto con gli amici il suo nuovo libro, L’artista perugino, un’opera d’arte dedicata al suo grande amico Gianni Novak, scomparso a Roma. Se n’è andato al sonno, vicino a sua moglie Katia, la forte, dolcissima Katia. Che cosa si dice quando muore un artista? Ivan ha vissuto una vita da artista. Lo è stato da giornalista, scrivendo soprattutto per il Sole 24 ore – lui, comunista convinto e scientifico pagato dal giornale di Confindustria. E’ stato un artista delle lettere: tanti libri, uno diverso dall’altro, così difficili da incasellare che gli editori li apprezzavano ma poi li spedivano indietro con letterine tipo: “Abbiamo apprezzato, ma il suo testo non rientra in nessuna delle nostre collane”. Non capivano che la questione era diversa. Era Ivan Arnaldi, la sua curiosità onnivora, il suo perenne libertinaggio erudito, a non coincidere con la cultura italiana.

Ivan ha sempre amato viaggiare. E’ stato in tutto il mondo materialmente, ma ha conosciuto tutte le letterature, tutte le arti. Amava il jazz fino al free, ma poi ascoltava le sinfonie di Mahler; conosceva come pochissimi la pittura moderna; era competente in architettura e ha sempre voluto per sé case da scrittore; conosceva ogni sviluppo della critica letteraria. Ma era modesto, non si prendeva sul serio: “Mi son fatto la casa da grande scrittore prima di esserlo”. Invece lo era, grande scrittore e storico mancato, ma in realtà cesellatore di libri che stanno tutti in bilico fra la storia materiale dei suoi maestri parigini (su tutti, Fernand Braudel) e la fantasia sfrenata degli scrittori americani che aveva letto da giovane. Nascondeva male, dietro un’apparenza irruenta, l’animo del gran signore, di chi ama il bon vivre ma con discrezione. Era un conversatore straordinario: domava la sua vena polemica e ascoltava, ma non si usciva da una discussione senza aver imparato qualcosa di nuovo. Negli ultimi tempi, la malattia con cui combatteva da anni lo aveva soltanto un po’ stancato – non tanto, però, da vietargli le poderose intemerate contro la classe politica italiana, la Curia romana (lui però la chiamava la Papeauté, alla francese), la Controriforma.

Nessun vuol credere che Ivan non ci sia più; nessuno delle tante persone che aveva conosciuto. Ivan non c’è più di persona. Restano i suoi libri, i ricordi del tempo passato con lui e le carte in cui, fra un po’, bisognerà mettere ordine.
Che cosa si dice quando muore un amico? Niente. Lo si pensa e si spera di ritrovarlo, non si sa quando né come.

Di Giovanni Choukhadarian

Nella foto Ivan Arnaldi
di Francesco Tomasinelli

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