È ceramica eppur si muove - Magazine

Mostre Magazine Teatro Hops Giovedì 17 marzo 2005

È ceramica eppur si muove

Magazine - Danza e ceramica cos’hanno in comune?
Niente, anzi a dire il vero sono agli antipodi.
I due termini messi accanto esprimono un ossimoro: movimento e staticità. Ma di questi tempi l’ibridazione tra le arti ha creato interessanti sconfinamenti, quello di cui vi parlerò mi pare collocarsi tra i più arditi. ne sono gli artefici e di loro si è fatta ottima complice la danzatrice e coreografa - colei che a febbraio curava sempre all'h.o.p.

Prima di raccontare la vera storia di questo connubio, diciamo subito che i pezzi d’autore sculture in ceramica di Elisabetta e Carlo sono in mostra al Teatro h.o.p. altrove e sono di scena in quanto costumi - sempre in ceramica – fino a venerdì per Un secolo di danza, film di Sonia Schoonejeans, con performances di quattro danzatrici della Compagnia Artemis Danza (diretta da Monica Casadei). La mostra prosegue fino al 7 aprile.

Torniamo ora agli attori di questa vicenda. Eli e Ca sono i due artisti e designer che dopo aver frequentato l’ (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Faenza, potevano odiare oppure cadere innamorati dell’arte legata alla lavorazione della ceramica. Ha prevalso la seconda delle due ipotesi. Oggi , così hanno deciso di chiamarsi, è la loro associazione e il lavoro sulla ceramica è diventato trainante all’interno della loro attività di creatori di oggetti e forme su materiali vari, dal legno al ferro.

Elisabetta mi racconta che, 8 anni fa, stanchi degli standard legati a questo materiale e dell’atteggiamento espositivo, hanno iniziato ad affrontare la questione per smuoverne le basi. Così è nata l’idea delle performance. «Un puro caso», sostiene Elisabetta, diede origine alla prima performance e alle successive. La prima, dal titolo , indagava il concetto di castrazione in senso largo, «intendendo con ciò - spiega Elisabetta - il modo con cui la gente riesce a farsi quotidianamente del male e in diversi modi, TV compresa». Un progetto frutto della forte - e benefica - pressione di un’antica conoscenza, la vedova dello scultore Matteucci, per produrre qualcosa che fosse dedicato ad un suo spazio architettonico a Faenza: un cilindro con 2 scale elicoidali. «Fin dall’inizio il motivo era provocare. E in questo abbiamo avuto successo, anche se in molti si sono scandalizzati. La parola "inquietante" è quella emersa maggiormente dalle critiche». Provocare emozioni, anche avverse, non sembra essere un problema per Elisabetta, che vede l'arte come un'attività catartica e un'esigenza fisiologica.

Successivamente Eli e Ca hanno messo insieme un gruppo di giovani, studenti al DAMS di Bologna, che avevano voglia di mettersi in gioco e si sono spinti sempre più oltre i confini della ceramica, tentando di ridonare movimento a ciò che può essere anche molto pesante – uno dei costumi per la performance legata al film di Schoonejeans, pesa più di 20 Kg.

«Non ci interessa fare teatro», continua Elisabetta, «ma piuttosto spingere la ceramica su territori poco battuti. Creare la sensazione di una cosa che si muove al di là della sua rigidità. Ci appassiona la sfida che si pone ad ogni incontro tra la ceramica e le altre arti: la musica, il mimo, il teatro e ora la danza.
All’estero la ceramica è uno dei materiali dell’arte, mentre qui da noi è legata agli oggetti di uso comune e all’artigianato. Diciamo che proseguiamo il discorso dell’alto artigianato iniziato negli anni ’20 dalla , maiolicari in Faenza dal 1928, con Marinetti e poi svolto negli anni ’50 ad Albissola, una tradizione altrimenti andata persa».

La ceramica è difficile da amare? «L’approccio alla materia può essere considerato primitivo perché si tratta di argilla morbida, fango. È un rapporto ancestrale. Però poi tutto quello che sta intorno alla sua lavorazione è molto complesso: tempi e modi di cottura, conoscenza delle varie materie prime, sistemi di decorazioni, diverse modalità di applicazione delle decorazioni, ecc».

Con Monica, Eli e Ca si sono incontrati a Lugo e dopo una settimana sono andati in scena. Da lì in tournée a Parma e Ferrara e quindi a Genova. E a maggio si parlerà di Brasile dentro costumi di ceramica nella nuova coreografia di Monica. Cos’è cambiato con Monica? «L’esperienza ha assunto contorni più interessanti. Attraverso di lei abbiamo sperimentato che il materiale può muoversi in modo armonico, trovare un suo ritmo addosso alle danzatrici. Monica lavora sulla paralisi che il materiale produce sui corpi, noi invece tentiamo di rendere sempre più libero il movimento. Lo sviluppo della creatività avviene in modo reciproco, rispetto ai limiti e confini delle due arti. Per maggio prepareremo i costumi, stiamo ragionando sull’opportunità di inserire anche il ferro, ennesima sfida alla materia, che è forte stimolo».

Nella foto in alto: un momento della performance all'inagurazione della mostra
Nella foto in basso: un momento della performance 'Il mito di Gea' (2000)

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