La farsa ipertestuale di De Capitani - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Mercoledì 9 marzo 2005

La farsa ipertestuale di De Capitani

Magazine - Il mercante di Venezia di W. Shakespeare
traduzione Ferdinando Bruni
scene e costumi Carlo Sala
regia Elio De Capitani
Fino al 13 marzo al Teatro Duse

C’è Artaud per primo, ma a braccetto con Brecht, circondati da molti vecchi ebrei del Bund, per chi sa cos’è il Bund, tutti con la faccia di Peter Brook, tranne uno magro magro che sembra Samuel Beckett; c’è Mejerchol’d con Valentin che litiga con Wedekind, tanto poi si mettono a ballare; ci sono Fellini e Verdi, c’è tantissimo il Pasolini di Che cosa sono le nuvole, c’è un pochino del primo atto della Grande Magia di Strehler, c’è il Copi di Cachafax e i commedianti del Settimo sigillo di Bergman; c’è Ruth mia madre, Ruth che mi parlava della Borsa di Arlecchino e di Parenti-Fo-Durano, e anche di Buster Keaton al Teatro Puccini, col numero del pianista, e c’è soprattutto Aldo Fabrizi, bistrattato e in maxifrac all’Ambra Jovinelli, che canta a nome di tutti questi fratelli che hanno fatto quella stessa vita sulle assi del palcoscenico
Elio De Capitani

Una serata in maschera lungo due fiabe, racconti popolari, che Shakespeare seppe, a suo tempo tra il 1596 e il 1598, mescolare insieme in una delle sue prime Christian comedies.
La farsa, la parodia, il circo, le comiche, la rivista, e molto altro ancora, tra generi e personaggi che hanno calcato nel tempo le scene, entra in questa versione del Mercante di Venezia firmata da Elio De Capitani, come lui stesso afferma nel programma di sala citato sopra.

Un’impresa a tratti molto ben riuscita, che però, come le navi del buon mercante Antonio, “sono gusci e fanno acqua”. Nel senso che la leggerezza delle battute non sempre diverte. A soffrire di questa scelta ipertestuale è soprattutto l’inizio e la figura di Antonio. La sua tristezza immotivata, di cui lui stesso si rammarica e domanda, sembra debolezza, mollezza in un carattere che invece nell’arco della storia dimostra grandi doti di coraggio, generosità e carità cristiana. Ciò che invece gode di questa allegrezza diffusa, di questo clima carnevalesco, fatto di travestimenti e ibridazioni, è l’eterogeneità delle culture che questo testo Shakespeariano affronta. Alla lotteria della bella Porzia c’è il re marocchino e il nobile spagnolo, per non parlare di tutti gli altri pretendenti; a Venezia c’è Shylock, il mercante ebreo, che si contrappone, attraverso la sua religione alla cristianità locale espressa da Antonio e dal Doge. Ma anche altri accenti e lingue trovano spazio e voce in questa produzione: il siciliano, il veneziano, l’inglese, il francese e il tedesco, proprio come scrive ancora De Capitani nel programma di sala “Shakespeare è l’Europa, l’Europa prima dell’Europa”.

Lo Shylock di Ferdinando Bruni è eccellente: un ineccepibile stereotipo dell’avaro e del demone in terra, che si nutre si sadiche vendette. La Porzia di Ida Marinelli invece delude, e il set televisivo, con il palco sul palco, dove si ambienta la lotteria per ottenerla in moglie, l’avvicina ancora di più alla debole Fata Lina del Fantabosco (nella trasmissione per bambini La Melevisione su RAI 3). Bravi Luca Toracca e Alessandro Genovesi nei loro ruoli, di mascherine e coro: in Solanio e Salerio, amici di Antonio e Bassanio.

E c’è persino un cane, vero, Kurtz: bastardino nero che scondizola e felice esce di scena.

Ma Elio e la sua fiaba deludono o forse è il pregiudizio positivo, su di lui costruito dalla storia recente, che aveva alzato troppo le aspettative...

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