Concerti Magazine Martedì 8 marzo 2005

Viviamo tutti in un sottomarino giallo

Magazine - Due sono in cielo, gli altri due invecchiano alla grande, ma sono comunque quattro immortali. I Beatles continuano ad essere in vetta alle classifiche di vendita, le loro canzoni sono ormai degli standard – amate e canticchiate da almeno tre generazioni – il loro mito non accenna a tramontare.

Ecco allora che si presenta come una ghiottoneria per palati fini l’incontro di venerdì 11 marzo alla FNAC (ore 18.00), con Renato Tortarolo che presenta il libro Le canzoni dei Beatles, del giornalista e critico musicale Michelangelo Iossa: tutti i testi scritti dai Fab Four, da Love me do fino alle più recenti antologie ricostruite al computer con gli avanzi recuperati in fondo al cassetto della creatività beatlesiana. Ogni canzone è accompagnata da un sintetico commento bio-aneddo-storico-critico, perché la raccolta non si limiti ad una fredda catalogazione discografica.
All’incontro parteciperà anche Rolando Giambelli, presidente del fan-club Beatlesiani d’Italia Associati / The Beatles People Association of Italy.

Noi di mentelocale.it non abbiamo resistito alla tentazione ed abbiamo chiamato proprio Michelangelo Iossa per farci raccontare dal vivo – e con napoletanissima cadenza e simpatia – qualche cosina della sua fatica musical-letteraria.

«Ho ascoltato il primo disco dei Beatles nel 1980, a sei anni. Un regalo dei miei genitori, ne rimasi folgorato. Verso i 12-13 anni ho cominciato ad appassionarmi in maniera “scientifica”, collezionando e studiando».
Come è nata l’idea del libro?
«Lavorando su una precedente pubblicazione [Beatles della collana Legends - Editori Riuniti, ndr], io e l’editore ci siamo chiesti “perché non provarci”? Mancava qualcosa di simile, con tutte le canzoni dal 1962 al 2003: ogni pezzo ha la sua storia, il suo autore principale – perché nonostante Lennon e McCartney li firmassero insieme, la maggior parte dei brani sono o di John o di Paul – la traduzione dei passaggi principali e persino le precedenti stesure».
Ti sarai fatto un bel mazzo…
«Eh! Eh! Puoi ben dirlo! Sono quarantun’anni di storia beatlesiana!».
Fuori i numeri.
«Duecentoventi canzoni del periodo “canonico”, 1962-1970, e una cinquantina quelle successive allo scioglimento. Ci tengo a sottolineare la scientificità dell’operazione: siamo andati direttamente alle fonti e abbiamo corretto molti errori di alcune precedenti pubblicazioni».
Cosa è emerso in particolare?
«Che i Beatles non si facevano problemi a copiare! Fra il 1963 e il 1965, prima cioè che affinassero uno “stile-Beatles”, Lennon e McCartney hanno attinto a piene mani al repertorio americano, arrivando ai limiti del plagio. Mi sono riascoltato le canzoni che loro dicevano di aver “ripreso” e posso ben dire che in almeno due o tre casi siamo di fronte a clamorose repliche esatte».
Difficoltà di traduzione?
«Alcune frasi idiomatiche ci hanno fatto penare. Soprattutto nei testi di John Lennon, che riproponeva nella scrittura le esperienze lisergiche. Non che gli altri non si facessero, ma scrivevano nei momenti di lucidità. Lo sai che è stato nientemeno che John Cage a studiare la scrittura dei Beatles?».
Ma dai!
«Sì, e ha scoperto che Lennon scriveva su un foglio solo e poi lo correggeva di continuo, con note, cancellature, rimandi, mentre Paul preferiva ricominciare ogni volta da capo. Per questo abbiamo sei versioni di Hey Jude e quattro di Yesterday».
E degli altri due che mi dici?
«George Harrison ha scritto solo 22 canzoni, ma tra queste la percentuale di capolavori è altissima, pensa a Here comes the sun o While my guitar gently weeps - dove tra l’altro suona Eric Clapton. Il suo tocco particolare lo si riconosce nel lavoro di cesello sui testi: con Something ha scritto forse l’unica canzone d’amore senza mai usare la parola “love”, amore. Ringo era invece davvero un ottimo batterista, capace di registrare la sua parte alla prima. E soprattutto ha avuto un importantissimo ruolo di “cuscinetto” tra le forti personalità degli altri tre. Senza di lui chissà…».

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