Magazine Martedì 8 marzo 2005

Chicago, 8 marzo 1898

Alle quattro e mezzo del mattino Mary Mancuso si svegliò, come tutte le mattine che il buon Dio mandava in terra.
Si segnò e recitò velocemente un’Ave Maria. Poi facendo piano per non svegliare i tre fratellini che dormivano nella stessa stanza, andò in cucina. Versò l’acqua dalla brocca nel catino e si lavò la faccia e le braccia. Si mise la lunga gonna scura e l’ampio scialle nero sulle spalle. Dal cassetto del tavolo prese un pezzo di pane che avvolse nella carta e uscì in strada.
Camminava di buon passo Mary Mancuso, erano le cinque e il turno alla filanda cominciava alle sei. Avrebbe potuto prendere il tramway, ma il biglietto costava 2 cent e in un mese era mezzo dollaro. Meglio alzarsi mezz’ora prima e andare a piedi.

Mary Mancuso aveva diciannove anni e da quattro lavorava nella più grossa filanda che ci fosse a Chicago. Erano tutte donne, circa un centinaio, eccetto i capi squadra che erano dei grossi e burberi irlandesi, come il padrone, Mister Sullivan.
Nell’aria umida, appena rischiarata dai rari lampioni a gas, distinse più avanti la figura gracile e leggermente claudicante di Teresa (Terry) Barbero, la sua compagna di telaio. Spiccò una breve corsa per raggiungerla.

Mary Mancuso era figlia di emigranti che venivano da un piccolo paese della Sicilia, quattro pietre riarse dal sole. I genitori di Terry Barbero avevano abbandonato il loro paese vicino a Torino per cercare pane e lavoro in America. Pur così differenti le due ragazze avevano “legato” subito.
Mentre camminavano spedite, Mary parlava concitatamente con Terry che l’ascoltava scuotendo leggermente la testa, come chi, pur riconoscendo giuste le argomentazioni, dubita che si possano far intendere ad altri.
Gli altri, in questo caso, erano Mister Sullivan, il padrone.

No. Non avrebbe mai accettato la loro richiesta! Era impossibile pensare che avrebbe consentito di ridurre l’orario di lavoro da 14 a 12 ore al giorno! Non si era mai sentita una bestialità simile. Certo sarebbe stato bello, solo 12 ore per tutti i sei giorni della settimana.

Mancava poco meno di un isolato per arrivare alla filanda, ma se ne sentiva già il rumore. Accelerarono il passo, erano quasi le sei.
All’interno lunghissime cinghie di cuoio, collegate ad un gigantesco albero motore che attraversava tutto il capannone, trasmettevano il movimento ai telai. L’aria era satura di pulviscolo che brillava come una nebbia dorata. L’odore pungente dell’olio lubrificante feriva le narici e faceva bruciare la gola. Su tutto, l’eterno frastuono delle macchine in movimento.
Mary Mancuso, Terry Barbero e un gruppetto di altre operaie chiesero al caposquadra di parlare con il padrone.
Mister Sullivan credendo che fosse questione di qualche cent. in più sul salario, decise di ascoltarle e le fece introdurre nel suo ufficio. Contava sul fatto che l’ambiente elegante ma austero, l’ampia scrivania con la lampada Tiffany in un angolo, la biblioteca di quercia scura, il quadro ad olio del padre che guardava severo dalla parete, contribuissero a generare un senso di soggezione e disagio in quelle donnette. Non aveva torto.

Mary e Terry, con poche altre, stavano davanti alla scrivania, ammutolite e con gli occhi bassi. Le mani tormentavano nervosamente il lungo grembiule.
Mister Sullivan completamente a suo agio traeva lunghe boccate da un sottile sigaro nero. Un sorriso divertito gli incurvava gli angoli della bocca. Ma sì, qualche cent. in più lo avrebbe concesso.
Mary Mancuso prese il coraggio a due mani e concitatamente, farfugliando, incespicando sulle parole, espose la loro richiesta: riduzione dell’orario di lavoro da 14 a 12 ore al giorno.

Il fumo andò di traverso a Mister Sullivan. Altro che pochi cent. Queste volevano minare le basi dell’economia americana!
Il caposquadra che le aveva accompagnate le spintonò fuori dall’ufficio. La piccola e gracile Terry Barbero, sulla porta, si voltò e disse che TUTTE sarebbero uscite dalla filanda allo scadere della dodicesima ora. Mister Sullivan, dopo aver riflettuto, diede ordine che il massiccio portone di uscita fosse chiuso a chiave; costringendo, così, le ribelli a rimanere fino alla quattordicesima ora. In un angolo del capannone l’oliatore della puleggia era rimasto senz’olio e la macchina cominciava a surriscaldarsi. Un denso fumo nero si sprigionò dal telaio. Le fiamme in breve attecchirono alle pezze filate e alle strutture in legno del capannone. Il tetto rovinò fragorosamente.

Mary Mancuso, Terry Barbero e le altre si precipitarono verso il portone d’uscita solidamente sbarrato.
Mister Sullivan fu rimborsato dall’assicurazione. Era l’otto marzo 1898. A Chicago.

La ricostruzione è di fantasia. Il fatto è reale

Sandro Battini
di Mina Vitiello

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