Magazine Sabato 5 marzo 2005

Il nuovo libro di Maria Pace Ottieri

Ci siamo conosciute quando sono diventata la sua vicina di casa, in piazzetta del poggio a Lerici. Lì Maria Pace Ottieri ha passato la sua infanzia in compagnia della grande famiglia Bompiani, raccolta dal nonno Valentino insieme al bel mondo, in un angolo a picco sulla caletta di Maralunga, affacciato sull’isola del Tino.

Abbandonami è il suo nuovo libro, che si è appena aggiudicato il Premio Grinzane Cavour: “Mi ha colto di sorpresa, proprio non me l’aspettavo. Ma mi ha fatto ancora più piacere”, mi ha confessato Pace.
Lunedì 7 marzo, Maria Pace è stata invitata a Palazzo Tursi per presentarlo, alle 17.30, in autorevole femminil compagnia – siamo alla vigilia dell’8 marzo e non potrebbe essere diversamente – Silvia Neonato, Gianna Schelotto e l’attrice Carla Peirolero (incontro a cura dell'associazione I Buonavoglia).

Ho pensato di comprarlo più volte, poi, prima di una breve vacanza, finalmente ci sono riuscita. L’ho letto di notte per lo più e in un polare ma soleggiato pomeriggio montano, sul divano di casa. È stata un’esperienza indicibile, proprio in quanto sua vicina di casa. La narratrice Lea, infatti, ci conduce lungo il racconto senza permetterci di immedesimarci, ma continuamente spingendoci ad un'esperienza voyeuristica che a tratti ci fa ritrarre, per pudore, dalla pagina e tirare il fiato, quando ci accorgiamo che non siamo là dove non dovremmo. Non si tratta di sesso, ma di sentimenti profondi, intimi.
È bello, senza essere sdolcinato. È poetico e costruito su lunghe frasi che ci parlano di Lea attraverso l’uso ripetuto della similitudine, costruzione che ci apre il suo mondo altrimenti nascosto. È una cronaca di un matrimonio, dove il giudizio è sospeso o superato, come la questione temporale, perché quello che conta è fermare ciò che accade o è accaduto.
Certo mi sto ancora chiedendo cosa avrei letto, se non fossi la sua vicina di casa.

Per pregustare l’incontro di lunedì, ecco un'intervista a Pace.
Cominciamo proprio dall’inizio. Titolo, nomi dei protagonisti e copertina del libro - una rete di materasso che sembra anche una ragnatela - chi ha scelto e perché?
Il titolo l’ha trovato l’editore, lo volevamo breve e forte. Io avevo pensato a Odio Zecchino, ma forse era troppo indiretto. Per i nomi il criterio è stato lo stesso: la brevità. All’inizio per me erano sigle, lettere, poi mi sono venuti, così… Solo dopo ho scoperto che Lea è la protagonista di una capolavoro di Colette, Cherie, una storia d’amore del tutto diversa. Tom, il nome del protagonista e compagno di Lea, doveva essere possibile in norvegese (per l’ascendenza paterna di cui si fa menzione più volte nella storia). E Teo è uno di quei giochi linguistici dell’incoscio: Tom + Lea = Teo.
La copertina: nessuno capisce che è la rete di un letto, tutti pensano solo ad una ragnatela. È il dettaglio di un’opera piuttosto conosciuta di un’artista libanese, Mona Hatoum, per l’appunto la rete di un letto a forma di ragnatela.
Fin’ora hai scritto soprattutto report che restavano legati ad uno stile giornalistico, mentre con questo libro entri a tutti gli effetti nel narrativo. Era un percorso già previsto?
Dal punto di vista cronologico Abbandonami l’ho scritto prima di Quando sei nato non puoi più nasconderti. Viaggio nel popolo sommerso (Nottetempo, 2003). Non è un romanzo e gli amanti dei generi parlano piuttosto di lungo racconto. In effetti i personaggi non cambiano dall’inizio alla fine. È il ritratto di un matrimonio e in particolare di uno dei due componenti della coppia, Tom. Lea è il punto di vista che osserva. Osserva Tom e nel farlo esiste.
Il lettore si sente un po’ voyeur, preso a braccetto da Lea e condotto nella vita di coppia, ma difficilmente anche nei momenti più condivisibili della rélation à deux riesce a immedesirmarsi: è tenuto vicino ma alla distanza.
Sì, il lettore e Lea è come se spiassero Tom.
Non sono una romanziera. Scrivo per accumulo, cerco di trasferire un’esperienza, di versare una vita sulla pagina. Questo è un libro che si può considerare claustrofobico: la scrittura resta molto attaccata alle cose. Ci sono due tipi di sguardi: uno da lontano, etnografico e uno molto ravvicinato, forse manca quello intermedio.
Oggi è terribilmente fuori moda parlare di aspetti autobiografici di un’opera artistica, tra la critica più aggiornata. Tu come vedi il tuo libro, quale misura tra autobiografia e finzione?
Credo che rientri meglio nella categoria francese, denominata autofiction: una ricostruzione della propria biografia. Comunque, c’è stata una forte selezione e, seppure non c’è invenzione, c’è un determinato punto di vista e c’è un processo di ricreazione. L’essere più o meno se stessi sulla pagina è questione complessa. Può succedere di esserlo anche in tipi di scrittura che non lo prevedono. Certo è più facile ritrovare la personalità dello scrittore in un libro come il mio, che non in un noir.
Lea-Tom, ci parli un po’ di questa tua coppia?
Da parte di Lea c’è stupore verso il totale altro da sé, di chi sa vivere alla giornata come fa Tom, del suo sapere inventarsi giorno per giorno, ricominciando sempre da capo ogni volta. In Tom non c’è accumulo di esperienza e in questo, forse, è simile ai clandestini dell’altro libro (Quando sei nato non puoi più nasconderti, ndr).
Ritorniamo per un momento alla cronologia...
Abbandonami è coevo all’altro. All’inizio non sapevo se farne un romanzo. Comunque mi ero orientata alla narrativa, come sempre.
Hai mai pensato di scrivere in qualche altra forma, che so drammaturgica?
No, ma di recente due attrici mi hanno fatto una proposta per un testo teatrale, vedremo...
Dopo la scomparsa di tuo padre (Ottiero Ottieri) è possibile che si sia liberata in te una vena narrativa che prima non riusciva ad emergere?
Me lo sono chiesta anch’io. Però il libro lo aveva letto, certo in una forma meno finita. Lo trovava frammentario, un po’ acerbo. Comunque, devo dire che mio padre è sempre stato incoraggiante e mai rivalistico nei miei confronti. Forse, però, questa sua attesa mi bloccava. Non è detto che scriverò un libro all’anno, d’ora in avanti. Non so mettermi lì per mestiere, lo faccio solo se mi piace, mi appassiona e solo quando ne sento il bisogno. È forse un’idea retorica, però per me, l’uscita di un libro deve essere legata ad una forte necessità.
Qual è il tuo rituale per scrivere?
Scrivo diari, poi faccio un lavoro di montaggio. Raramente riscrivo, è sempre tutto già in bella. Il montaggio scatta quando il materiale assume una certa coerenza. È una visione. Vedo il libro e quindi cerco una forma che può diventare compiuta. Le riprese le hai già pronte è solo questione di scegliere, eventualmente tagliare e montare.
Il problema più grosso con il materiale di Abbandonami?
Quello temporale. Copro un certo numero di anni ed essendo una narrativa orizzontale poteva anche andare avanti per 300 pagine. Si trattava quindi di trovare una misura, quella di un lungo racconto e non quella di un romanzo. Non volevo cadere nella trappola di finire nel finto romanzo.
Chi è Lea?
Si definisce in contrasto con Tom. In questo sono un tipico oggetto da psicanalisi. Mentalmente sono un incastro vitale: l’uno serve all’esistenza dell’altro per ragioni profonde e nevrotiche, che li fanno resistere in situazioni estreme e di guerra permanente come quella di Bush. Forse Lea con un altro uomo si troverebbe nella parte di Tom.

In alto la copertina del libro. Nella foto piccola, la scrittrice.

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