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Teatro e Spettacoli Magazine Teatro Duse Mercoledì 31 gennaio 2001

Magazine - Due microfoni: uno grande - troppo grande - nella mano sinistra, l’altro un radio microfono fissato vicino alla bocca che inizialmente produce suoni e parole a tratti indistinti frutto di una sonorità interiore che ben si sposa e sintonizza con la raffinata scelta di musiche che l’accoglie e l’accompagna. La mano libera dirige la musica e l’espressione attoriale tutta, come un’orchestra che non si vede ma che crea, è lo spettacolo.
Dietro quelle mani e quella bocca amplificata l’uomo–attore avanza lento verso il proscenio conducendo e lasciandosi condurre come una marionetta dai fili o un funambolo dai suoi pensieri sul filo appeso nell’aria.
Lo spettacolo di Leo è preciso, poetico, curato nei minimi dettagli: lo spazio scenico è essenziale. Rigide pareti cambiano scenario solo attraverso le tonalità di luci colorate che seguono il buon pastore mentre ci racconta la sua novella e sfumano dal bianco al grigio all’azzurro, modulando le gradazioni di colore e i toni freddi e caldi per creare una scatola surreale dove un solo uomo si presta ad essere il nostro carillon per la serata.
Testi indimenticabili che ognuno nel pubblico a tratti mormora tra le labbra svelando il suo preferito. Una lettura che diventa narrazione della storia, della conoscenza, dell’amore e della morte: la storia dell’uomo detta attraverso le parole supreme di quelli che meglio seppero sintetizzarne i concetti profondi.
Uno spettacolo per eruditi. Una lettura attoriale molto raffinata. Forse troppo. Eppure, i costumi lasciano perplessi e gli occhiali neri, che in apertura fanno da maschera, assumono una connotazione sviante a fianco dei microfoni: immagine più da rock star che da poeta del teatro tra i poeti della letteratura.
Attraverso una maschera bianca senza espressione, Leo entra nei panni degli uomini e delle donne protagonisti delle sue narrazioni e con grande efficacia drammatizza la femminilità nei suoi tratti e sentimenti più accorati negli spazi fugaci del suo racconto.
Prendendo spunto da Joyce e dalla sua opera più difficile Finnegans Wake come il titolo suggerisce, Leo crea un dialogo postmoderno fuori da ogni limite temporale, storico o cronologico, tra musicisti, narratori, poeti e saggi di ogni tempo e lingua Joyce, Leopardi, Rig-Veda, Omero, Rimbaud, Dante, Shakespeare, Salomone, Pasolini, Sofocle, Tito Lucrezio Caro insieme a Mozart, Bach, Beethoven, musiche tibetane, Schönberg, Van Gelder, Liszt, Propellerheads creando un testo spettacolare che sul finale cita anche il cinema in una interpretazione in dialetto di uno dei personaggi più affascinanti e mostruosi di Shakespeare, Riccardo III. Resta emblematica e magistrale l’arte di Leo nel creare collegamenti tra i testi, per citarne uno tra tutti: il moncherino rosso di sangue e promesse funeste di Riccardo III che si trasforma senza nessuna evidente variazione nel teschio che Amleto tiene tra le mani nel suo tormentoso riflettere: essere o non essere questo è il problema. In uno dei due preziosi volumetti che fungono da programma di sala e qualcosa di più, Leo esprime il suo sentire nei confronti del fare teatro ma forse anche dell’agire in genere che potrebbe essere un invito a scoprire e leggere questo suo spettacolo con occhi diversi: “Bisogna azzerare tutto. …E’ necessario fare il deserto, e dal deserto può venire qualsiasi cosa, se c’è qualcuno che lo annaffia…Può anche venire il miraggio, così come ci hanno abituati, o può venire la morte, in mancanza d’altro.”

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