Magazine Giovedì 24 febbraio 2005

Spiriti persi nella movida

Magazine - Una sera ho incontrato un ragazzo che non somigliava a nessuno, né nella fisionomia esteriore né, se si può dire, in quella interiore. Era una specie nuova di essere umano, almeno per me.
Parlammo tutta la sera della vita: non del calcio, non delle donne, non delle macchine e neppure dello studio o del lavoro. Parlammo solo quella sera. Non lo incontrai più, nemmeno nella bolgia mondana del venerdì sera, quando trovi proprio tutti nei vicoli e nei locali. È strano, ché non è così facile parlare di certe cose fra noi, soprattutto al primo incontro.

La nostra generazione è stata preservata dalle opposizioni ideologiche e dalle battaglie civiche, e non perché non ce ne sia di bisogno. C’è stato fatto pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili, salvo poi svegliarti frustrato, alla fine dei vent’anni, e con problemi di diabete da quanto zucchero ti hanno messo sulla pillola: presa ogni giorno, prima e dopo i pasti. Ognuno sa – o forse no - qual è la sua pillola, edulcorante o lisergica che sia.
Lui, il ragazzo dalla fisionomia nuova, mi disse che, nell’incertezza, continuava a correre via; nell’incertezza fuggiva.

Mi confessò:
-Fino ad oggi la mia vita è stata interdetta, una radiosveglia alla quale manca per pochi secondi la corrente e inizia a lampeggiare sulle 00:00. Pochi secondi bastano ad incastrare una vita intera.
Né avanti né indietro.
Mi disse che non rammentava la causa, la causa di quei pochi secondi di black out che intralciarono il suo cammino, donandogli un’anima claudicante per il resto della vita. Andammo nel solito locale, dove c’era la solita gente, il solito barista e il solito buttafuori: dopo cinque anni che vai là ti chiede sempre la tessera, giusto per esercitare quel poco di autorità che gli compete. Mai un sorriso o un “come va”. Il mio nuovo e fugace amico mi disse.
-Il rumore, lo senti? È importante il rumore, la musica priva di qualità ma che sgorga copiosamente da quelle scatole nere: inquietanti, con quella rete davanti, nera anche lei e ammaccata; sembra quasi che la musica debba evadere da quella prigione di compensato e metallo. Quando straripa fuori è sfregiata, offesa dalla reclusione, maltrattata dalla brutale espulsione. Cerca solo orecchie sulle quali vendicarsi.

Il DJ è solo un carnefice e lo sa benissimo. È il più consapevole e compiaciuto boia che abbia mai visto. Ogni sera manda fuori le sue scimmie danzanti, davanti a tutti. Ogni sera è chiamato a venderti della roba, buona o tagliata male è lo stesso. La disgregazione della musica data in pasto a musicodipendenti inconsapevoli. Che orrore! Intanto stavamo lì anche noi, stupiti della nostra stessa dipendenza.
-I pezzi imprigionati nelle tracce vengono sguinzagliati fuori, non hanno più anima né colori, sono stati fumati e sudati sulla pista da ballo.
Alla fine la musica cade a terra disfatta, mischiandosi ai liquidi dei cocktail versati, diventa appiccicosa sotto le scarpe e cerchi di liberartene, ma il suo fantasma sbiadito ti rimane impregnato nei vestiti, con l’odore delle sigarette. La musica è morente, e tu stai là, a succhiarle il sangue per vomitarlo poco dopo. Il rumore serve a resettare tutto, no-pensiero, solo una stanza imbottita di musica dentro cui sbattere. Il rumore delle piazze e viuzze della città, affollate da ogni specie umana, il venerdì e il sabato sera.

Tutti in cerca di qualcosa che sanno benissimo che non troveranno o che non li soddisferà compiutamente. Amore e odio è quello che provava in questi fine settimana slavati, inconsistenti sino all’irragionevole.
-Sei in questo limbo, necessario, creato per scaricare la latrina che si è colmata durante la settimana e che altrimenti strariperebbe. Il mio amico di poche ore non era così pessimista su tutto, si espresse positivamente, anche se in modo disconnesso, sul futuro di questa città.
Pur fiducioso sugli anni a venire, diceva che: “Il 2001, prossimo a scoccare, sarebbe stato denso di angosce”. Non lo presi sul serio, era un tipo eccentrico. Gli feci solo una battuta: “Guarda, anche se potessimo percorrere a ritroso gli anni, il prossimo sarebbe il 2004, non il 2001”.
Mi sussurrò, sorridendo: “Voi, voi siete nel 2005! Ciao e grazie!”.
(!?)
Due settimane più tardi, mangiando la focaccia calda, accomodato su un muretto – il quale, fungendo da registro rupestre per generazioni di adolescenti grafomani, presenta stratificazioni di sicuro interesse antropologico - chiesi a Marco: “Che ne pensi dei fantasmi? Io ne ho conosciuto uno”.

Stefano Scali

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