Magazine Martedì 8 febbraio 2005

Un tramonto sulla storia

Ciondolavo stancamente sul belvedere della città.
Cercavo di capire, là sul monte, cosa mi teneva ostinatamente legato a quell’incrostazione di case, a quella distesa di marmo e ardesia.
Una trama di vicoli stretti e spigolosi.
Tutto incastrato alla perfezione, palazzi, chiese e piazze. Tutto dolcemente tinto di rosa, da un sole che si degnava di tramontare delicatamente, così da incoraggiare ogni speranza che da lì a poco sarebbe rimasta al buio.
Ogni volta che vedevo la platea cittadina dall’amena spianata mi dicevo che valeva la pena di vivere. Per rivedere questo spettacolo anche domani.
L’alternativa era di morire lì, con la pelle impregnata dalla luce color pesca, al tramonto. Ecco una prima risposta al perché continuo a essere schiavo docile di questa sopita repubblica. Tornavo sui miei passi, felice, e ringraziavo senza posa i miei genitori, per essere emigrati qui. Altrimenti vivrei in Germania adesso, oppure in Canada, oppure in Piemonte: quel freddo Piemonte di cascine desolate e colori lividi, tutto l’anno.

Invece no, qua sono: e non poeta crepuscolare, non scrittore esistenzialista, ma pittore di frasi nell’aria salmastra e colorata.
Scendo e vado a mangiare, nei vicoli mi aspettano lame di luce, gli ultimi fendenti solari. Si configgono sulle insegne dei locali o dentro le buie bocche dei portoni, dove ce la fanno. Mi danno una gioia…
La taverna è piena, gli odori onesti. Gli amici siedono in un angolo, parlottando allegramente. Siamo un italico del sud con discendenze grecali; un saraceno, che vuol dire tutto e niente: sicuro è che viene dall’oriente; poi tre liguri, dicono loro, ma in realtà due sono più bastardi di noi, i cognomi lo svelano: Santin e Kosic. Ma in fondo cosa importa.
Siamo il risultato delle avventure e disgrazie dei nostri nonni. Soldati, mercanti e marinai di genti e popoli perseguitati e persecutori alla bisogna. Siamo il risultato di secoli di cottura, uno sformato realizzato dalla signora Storia. Cuoca sopraffina e un poco pasticciona.

Manca una persona all’appello, Enver. Si, come il dittatore albanese, Enver Oxa.
Sta male Enver, mi dicono.
Da quando gli ho svelato che una delle più grandi famiglie storiche di Genova era di origine albanese, si dà un sacco di arie, come solo gli albanesi sanno fare.
Lo prendiamo in giro costantemente, e costantemente s’incazza, ma poi basta offrirgli da bere. Siamo qui in questa taverna con le nostre armature e le nostre vite, siamo la sintesi enciclopedica di quello che l’uomo e i suoi popoli hanno fatto negli ultimi secoli.
“Allora, besugo, eri allo stadio ieri! Come ha giocato il Genoa?”.

Stefano Scali

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