Ridere è d'obbligo con Paolo Rossi - Magazine

Ridere è d'obbligo con Paolo Rossi

Magazine - Il signor Rossi contro l’impero del male
Scritto e diretto da Paolo Rossi
Collaborazione ai testi Carlo Giuseppe Gabardini e Riccardo Piferi
Musiche scelte con Franco Battiato
Con Paolo Rossi, Jun Ichikawa, Emanuele Dell’aquila, Aicha Ichikawa, Stefano Bembi, Kais Boumaiza, Alex Orciari, Rufin Doh Zeyenouin
Fino al 12 febbraio al Teatro Politeama Genovese. .

Paolo Rossi è fisiologicamente comico.
Ne Il signor Rossi contro l’impero del male è, in ordine d’apparizione: se stesso, un attore, un italiano medio del nord, con paure e sentimenti xenofobi, un cantastorie che prende per tema l’Italia come paese, un attore e autore della TV censurato e, ancora, se stesso in tanti altri panni in nome della satira.

Paolo Rossi ti fa ridere solo per come si muove sulla scena, per come tiene la testa, per come è. Ed è un ottimo attore. Più lo guardi e più lo vorresti vedere in Riccardo III o in uno dei burberi goldoniani, per “vedere l’effetto che fa”.

Il signor Rossi contro l’impero del male lo definisce lui stesso: “un varietà di guerra preventiva, il primo avanspettacolo civile”. È teatro epico, con capitoli e prologo, che si mescola all’avanspettacolo, interagisce col pubblico (perché quello lì non è venuto? Scalate tutti di uno), si fa cabaret, o diventa rivista con il nero vestito di bianco, che però è nero davvero, “odia i neger” e parla milanese stretto e non una storpiatura dell’italiano; con monologhi, pantomime, versioni interattive di format televisivi. È satira politica, una satira che è “un divertente atto di violenza immaginativa”, come recita la voce del traduttore, sulle parole in albanese di una voce di donna dedicata alla “Satira politica”.

Forse l’unico problema di questa serata, lunga otto-capitoli e due-ore-e-un-quarto-che-volano, è che ormai viviamo in un periodo di tale decadenza che ridiamo per niente. Ormai la satira la leggiamo, la ascoltiamo e la vediamo più o meno ovunque, fatta da molti.
Nello spettacolo ci sono battute che restano barzellette, altre che invece meriterebbero più respiro. La storia che recupera le fasi di creazione e di allestimento dello show, trascorse in un paesino dell’Albania (Scutari), sono esilaranti e la storia d’amore con Bruno Vespa tocca le corde sottili dell’ironia più alta. Così questi sketch ed altri, come la campagna in favore del riconoscimento dei diritti d’autore in favore di certo L. Gelli, smuovono storie e vissuti dimenticati di cui si sente un certo bisogno; il recupero è clamoroso e il riso guerreggia con la smorfia.

L’avvertenza del prologo che “sconsiglia la visione dello spettacolo alle persone dotate di un alto senso logico”, in verità è azione preventiva immotivata date le premesse di “avanspettacolo”. Tutto marcia con grande ritmo grazie anche alle musiche, in parte dal vivo (stupendo, seppur breve, l'assolo con la fisarmonica), perché la suddivisione in capitoli garantisce sempre grande chiarezza all'interno del minestrone e dei viaggi, più o meno virtuali, di Paolo Rossi. Forse quello dantesco potrebbe crescere.
Ma è tutto all’improvviso, quindi sarebbe più giusto e onesto seguire una tournée intera prima di esprimere qualsiasi parere.

Resta una serata in cui c’è da scompisciarsi dalle risate. L’invocazione finale “cantastorie di tutto il mondo unitevi” forse è il vero messaggio da cogliere e la sfida che gli autori-attori del teatro impegnato dovrebbero raccogliere per superare questo empasse storico in cui, forse, la satira dovrebbe ripensarsi.

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Due momenti dello spettacolo

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