Un Taggiasco a Sydney (10) - Magazine

Attualità Magazine Sabato 5 febbraio 2005

Un Taggiasco a Sydney (10)

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Paul Hogan (Crocodile Dundee), Olivia Newton-John (Saturday night fever), Elle McPherson, la top model ed alcuni altri vip downunder, l’hanno scelta come buen retiro costruendoci il loro rifugio da 15 camere e servizi circondato da decine di ettari di bosco e dolci colline per disintossicarsi dai fasti hollywoodiani.
Noi invece, memori del nostro lontano passato fricchettone, non potevamo non andare a visitare il santuario hippy australiano, in cerca di reminescenze da dare in pasto alle nostre velate malinconie di mezz’età e con l’improbabile velleità di offrire ai pochi disperati che ci leggono, un percorso alternativo al circuito turistico pre-confezionato dalle agenzie di viaggio.

Sto parlando di Byron Bay, graziosa cittadina rivierasca ad 800 chilometri a nord di Sydney, che deve il suo nome al nonno di Lord Byron, il poeta, vice-ammiraglio nella flotta di James Cook. Il nostro buen retiro è una roulotte posteggiata in uno dei numerosi caravan park situati a mezza strada tra le onde oceaniche e la foresta pluviale sub-tropicale. L’ambiente, va detto a beneficio delle nostre paranoie di viaggiatori europei, è popolato oltre che da hippies d’annata e puzzanaso “pommies” (britannici), da tutta una serie di rettili ed insetti (ragni) che, bontà loro, risultano essere tra i più velenosi del pianeta.
La prima notte la passo seduto al tavolino fuori della roulotte in compagnia di un nodoso bastone, un bicchiere costantemente rifornito di Blue Sapphire allungato con lemon squash, una pila tascabile e una bomboletta di Aerogard, il repellente per zanzare: devo proteggere la mia donna e i miei cuccioli dall’eventuale attacco di rettili particolarmente aggressivi. Alle prime luci dell’alba crollo disfatto e mi risveglio tre ore dopo alle risa dei bambini provocate dal fatto che un “huntsman”, ragno enorme ma per fortuna inoffensivo, ha costruito la sua tela passeggiando tra un bracciolo e l’altro della mia sedia pieghevole, imprigionandomi le braccia.

Oggi è giorno di mercato e la spiaggia può attendere. Trascorriamo la giornata tra bancarelle multicolore dove al potenziale acquirente vengono offerte merci che vanno dall’abbigliamento colorato di foggia psichedelica alla bigiotteria di gusto aborigeno, dalle ambre di varie tonalità ai manuali per la coltivazione della cannabis, dai cylom di terracotta alle verdure organiche, dai sandali di cuoio riciclato alle riviste specializzate in Yoga, dai bastoncini d’incenso di mille diverse fragranze alla spremuta di canna da zucchero (no, no: non è di rhum che sto parlando, razza di impertinenti che non siete altro!).
Ma il giorno successivo non si transige: spiaggia dev’essere e spiaggia è! Ma io odio stare al sole, sudare, sentire la sabbia appiccicarsi alla pelle, cogliere forzatamente l’effluvio delle creme solari al cocco. Alla nostra amica, che è madre di una bimba di quasi due anni, si illuminano gli occhi: conosce lei il posto che accontenterà tutti. Una bella spiaggia alle cui spalle sorge su una palafitta un grazioso bar-ristorante. Perfetto! Loro vanno in spiaggia con i bambini grandicelli e le loro tavole da surf, io resto sotto la pergola con la bambina che sta dormendo sul passeggino, lavorando sodo alla scoperta della filosofia nascosta in una bottiglia di Ricard, miracolosamente dimenticata sugli scaffali del bar.

Assaporo con reminescenze ponentine un paio di aperitivi, leggendo con sommo gusto The songlines, di Bruce Chatwin. Poi la piccola si sveglia e piagnucola: ha sete e fame. Giustamente: è ormai ora di pranzo ed ai tavoli cominciano ad accomodarsi le prime comitive di bagnanti di ritorno dalla spiaggia. Disseto e cibo la piccola mentre penso alle minuscole e micidiali meduse “blu ring bottle” che galleggiano nelle acque dove i miei bambini stanno facendo il bagno. La piccola ora vuole alzarsi dal passeggino e tendendomi le sue piccole braccia me lo fa capire. La faccio alzare e lei, naturalmente, comincia a girare tra i tavoli dove i commensali hanno attaccato con convinzione le loro fritture miste di pesce o il granchio bollito in salsa di barbabietola rossa. La seguo per far sì che non disturbi troppo quando ad un tratto vedo parecchie persone alzarsi, avvicinarsi al nostro tavolo e guardare in alto.
Prendo per mano la piccola e con qualche timore mi avvicino anch’io: rabbrividendo constato che ho passato buona parte della mattinata seduto sotto una ficus tra i cui rami, acciambellato a godersi il calore del sole, si crogiolava un bel pitone lungo circa due metri. Mah si: non sono mica velenosi, i pitoni!

Danilo Sidari

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