Magazine Martedì 1 febbraio 2005

Storia di passaporto e di coltello

Terza parte

- Coraggio signor Piscitelli... ci dica come andò quella notte.
- Vostro onore, vorrei precisare che quella notte fu la conseguenza finale di una lunga serie di litigi, di tentativi di riappacificazione. Lei era intransigente: era disposta a convivere con me per salvare le apparenze, ma voleva fare la sua vita altrimenti sarebbe andata via ed avrebbe chiesto il divorzio. Io ero innamorato e temevo di perderla, ero arrendevole, a volte proprio scodinzolavo. Perché adesso, a sessantasette anni, rimanere nuovamente solo mi faceva ancora più paura di prima! Quella sera lei era rientrata come al solito molto tardi. Io avevo bevuto un paio di bicchierini di sambuca e mi sentivo forte, ero sarcastico, aggressivo e presi a chiederle ironicamente spiegazioni del suo ritardo. Lei dapprima cercò di sviare il discorso: entrambi sapevamo dov’era stata, disse, e non era il caso di fare discussioni, litigi, urla alle tre del mattino e svegliare tutto il vicinato. Ma alla mia insistenza lei purtroppo si spazientì e prese a rispondere con altrettanta ironia e sarcasmo alle mie provocazioni e la discussione degenerò presto in un crescendo di toni, in un vortice di male parole, di offese cattive, irripetibili vostro onore!

- Ripeta, ripeta pure Mister Piscitelli.
- Io le urlai che era una puttana, vostro onore, e che era una schifosa arrivista.
- E sua moglie cosa disse?
- Mia moglie…
- Coraggio, ci dica.
- Consuelo disse che era stanca di quella vita, che l’indomani sarebbe andata via.
Disse che dovevo smetterla di credere che lei provava un qualche sentimento per me, che lei non mi aveva mai amato, che aveva semplicemente preso l’opportunità che le avevo offerto. Chi credevo di essere per pensare di dirle cosa fare o non fare? Credevo forse che la vita di una donna sofisticata come lei si potesse comprare con una casa nei quartieri popolari della città, l’utilitaria australiana o giapponese in garage, la gita a Jervis Bay o il sabato danzante al Marconi Club? Disse che le facevo ribrezzo con il mio ventre pronunciato, le mie calvizie, i miei sforzi per farla sentire desiderata.
A quelle parole io iniziai a piangere, a disperarmi, implorandola di non abbandonarmi e supplicandola di restare, di avere pietà per un vecchio.
Lei sembrò placarsi, andò nella sua cameretta ed iniziò a spogliarsi.
Poi ritornò in salotto dove io cercavo disperatamente di darmi un contegno, indossando solo una vestaglietta di cotone trasparente, senza nulla sotto.
Si appoggiò allo stipite della porta e prese ad accarezzare il suo corpo con movenze molto sensuali.

Devo ammettere, vostro onore, che a quella vista ripresi speranza. Pensai che dopotutto non potevo pretendere di averla tutta per me, considerata la sua giovane età e che giocoforza dovevo imparare, se non volevo perderla definitivamente, a gestire quella situazione. Consuelo ora accarezzava i suoi seni e mi guardava con fare provocante ed un sorriso strano illuminava i suoi occhi neri dal taglio orientale.
Purtroppo feci l’errore di interpretare quel sorriso come un tentativo di fare la pace e quelle carezze come un invito a celebrare l’avvenuta riappacificazione con uno scambio di mutua sensualità. Allora mi alzai, andai in cucina e mi misi a preparare qualcosa da bere. Le era sempre piaciuto il vermouth così preparai due bicchieri con il ghiaccio, affettai il limone con quel coltello, versai il Cinzano e le porsi un bicchiere. Lei lo prese, trasse una lunga sorsata e poi mi sorrise di nuovo enigmaticamente. Io ormai mi ero convinto delle sue intenzioni e posato il mio bicchiere mi avvicinai a lei, le sfiorai un seno e tentai di baciarla. Mi creda vostro onore, non volevo ucciderla, darei la mia vita per restituirle la sua, non volevo uccidere, non ho mai fatto male ad una mosca. Ma quando lei tentò prima di darmi una ginocchiata ai testicoli, che schivai per miracolo, e poi mi disse freddamente sarcastica se pensavo di poterle dare soddisfazione con quelle ridicole prestazioni sessuali che potevo offrirle, non so cosa sia successo, mi creda. Ho afferrato il coltello ed ho iniziato a menare fendenti, imbufalito dalle sue urla. Poi ho guidato per un’ora due, tre... non lo so con precisione, in giro per la città senza una meta, allucinato, assente. Quando finalmente la nebbia si è dissolta dal mio cervello sono rientrato ed ho chiamato la polizia. E’ tutto vostro onore.

L’uomo china nuovamente il capo e non fa più cenno di muoversi.
Il giudice chiude il faldone davanti a sè, aggiorna l’udienza a data da stabilirsi per la lettura del verdetto e nel silenzio irreale sceso nell’aula del tribunale, si alza, imbocca la porticina laterale dietro lo scranno e si allontana.


Danilo Sidari
di Laura Calevo

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