Magazine Martedì 1 febbraio 2005

Storia di passaporto e di coltello

Seconda parte

Mi prese una certa palpitazione: da tanto tempo non uscivo se non per fare la spesa ed ecco che alla prima sortita mi capitava di conoscere una persona, una donna poi, che sembrava capirmi veramente.
- Sia più conciso, mister Piscitelli, non si dilunghi in particolari di poca importanza!
- Sono importanti, vostro onore, sono importanti! Chè non si ammazza mica la donna che si ama perché ha fatto scuocere gli spaghetti!
- C’era in casa una stanzetta che usavo come ripostiglio e dopo averci riflettuto per il resto della serata, prima di lasciarci le offrii la mia ospitalità, come la si offre ad un’amica. Consuelo mi ringraziò con un lungo abbraccio e mi baciò sulle guance inumidendole con le sue lacrime di riconoscenza. Venne a vivere da me e dopo un paio di settimane di convivenza amichevole, una sera la vidi entrare nel salotto in abiti succinti e con un’espressione in viso che era troppo invitante anche per uno come me che l’età della goliardia l’ha passata da un pezzo. E successe, vostro onore, successe quello che… sì, insomma... ci amammo sul divano.
Dopo circa due mesi decidemmo di sposarci. Ne parlammo prima, lungamente, ed a parole stabilimmo un patto di convivenza. Solo uno stupido non avrebbe tenuto conto della differenza d’età, io sessantacinque, lei ventotto: trentasette anni non sono mica noccioline, vostro onore! Così stipulammo un patto: un accordo per il quale in cambio della sua tenera compagnia per la mia tarda età, io, cittadino australiano, l’avrei sposata permettendole così di acquisire la cittadinanza senza ulteriori preoccupazioni. Cittadinanza che le avrebbe permesso di lasciarsi definitivamente alle spalle tutti i dispiaceri che fino ad allora aveva dovuto sopportare, trovarsi un lavoro stabile, iniziare una nuova vita. Poi naturalmente alla mia morte lei, come legittima consorte, avrebbe ereditato tutto sistemandosi definitivamente.

- Mister Piscitelli, sia gentile, non si dilunghi troppo!
- Mi scusi vostro onore, è la pena che ho dentro... devo sfogarla o finirò per impazzire.
- Certo, certo, la capisco ma oggi ho altre due udienze in agenda e la invito ad essere il più conciso possibile. Grazie.
- I primi venti mesi di matrimonio furono splendidi. Come ho detto, io non avevo preoccupazioni finanziarie e poi lei aveva trovato un lavoro come dattilografa in una ditta filippina con uffici a Sydney e quindi conducevamo una vita soddisfacente: il cinema tutti i mercoledì, la cena fuori ed il ballo del venerdì e del sabato, qualche festa a casa degli amici, tanti fine settimana passati al mare, le ferie nelle Filippine una volta, in Italia quella successiva, insomma niente di cui lamentarci. Per quanto riguarda la nostra intimità, certo, le mie prestazioni non potevano più essere quelle di un trentenne, ma mi ingegnavo, io che di donne in casa non ne avevo mai avute, di sopperire con la gentilezza: un regaluccio, un mazzo di fiori, una frase carina, un complimento.
Una sera, sarà stato a marzo del duemilatré, mi chiama a casa per avvertirmi che sarebbe rientrata a casa più tardi perchè il capo le aveva chiesto all’ultimo momento di preparare delle lettere urgenti. Succede, pensai mentre cenavo solo, ed anzi mi sentii un po’ fiero della sua capacità di farsi apprezzare al lavoro.
La cosa però iniziò a ripetersi con sempre maggiore frequenza e quel che è peggio, iniziai a notare una velata freddezza nei miei confronti, un sottile disinteresse per le nostre cose, un certo disamore per la casa. Contemporaneamente però, la vedevo porre sempre più cura nella sua persona, gli abiti, le scarpe, il trucco, l’acconciatura ed impiegare sempre più tempo alla mattina, per prepararsi prima di andare al lavoro.

Alle lettere dettate all’ultimo momento, cominciarono ad alternarsi le serate, sporadiche all’inizio, in compagnia delle sue amiche filippine. E venne infine la sera, una gelida serata d’agosto, che rientrò molto tardi, col soprabito sgualcito, il trucco disfatto ed i segni in viso di una insolita stanchezza e di un’altrettanto strano accenno di sorriso. Quella notte il tarlo della gelosia prese a rodermi dentro.
- E allora, signor Piscitelli? Cosa accadde dopo?
- La feci pedinare, vostro onore! Consuelo fu vista uscire dal garage dello stabile dov’erano gli uffici della ditta presso la quale era impiegata, su un’auto tedesca di grossa cilindrata condotta dal figlio del general manager, un trentenne rampante di Manila, tutto muscoli e brillantina o... gel, come lo chiamano adesso. Erano le sette di sera, ora in cui di solito avrebbe dovuto essere a casa. Un’ora prima mi aveva chiamato dicendo che aveva dello straordinario da fare e sarebbe tornata verso le otto e mezza.

di Laura Calevo

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