Concerti Magazine Domenica 9 gennaio 2005

Musiche dal Novecento

Quarto appuntamento con la sinfonica, sabato 8 gennaio al Carlo Felice: serata importante per un programma da leccarsi i baffi ed interamente dedicato al Novecento. Sono di scena Benjamin Britten e Sergej Prokofiev, con una manciata di composizioni nate fra il 1943 e il 1945. Sul podio, a dirigere l’ottima Orchestra del teatro, il quarantenne cinese Lü Jia.
Molte poltrone vuote, e avranno torto.

La prima metà del concerto è dedicata Britten, il massimo compositore inglese ben noto ai melomani genovesi: la sua Billy Budd è fra l’altro in attesa di chiudere la stagione in corso.
Proprio da un’opera (Peter Grimes, 1944) sono tratti i Four Sea interludes, sorta di suite costruita cucendo insieme quattro dei sei intermezzi orchestrali che legano gli atti del melodramma. L’ultima fila dell’orchestra, quella delle percussioni, è insolitamente affollata: tamburo, piatti, grancassa, timpano, tom tom, glockenspiel e le “tubolar bells” di Mike Oldfield.
Si comincia. I primi due brani – Dawn e Sunday morning – vogliono tradurre in musica rispettivamente il mare e la vita del villaggio. Scorrono via piacevoli, senza però aiutarmi a combattere gli effetti soporiferi della digestione. La melodia entra in scena, singhiozzante e mesta, nel terzo interludio (Moonlight), davvero molto bello, mentre con Storm mi sveglio del tutto (le percussioni ci danno dentro). La ritmica si fa movimentata, i fiati doppiano gli archi – suonati sempre tutti insieme, altissimi e isterici – sommergendoli quasi e dando l’idea di una natura furente che schiaccia l’uomo, fino all’elegiaca “quiete dopo la tempesta” affidata all’arpa.

È ora il turno del primo capolavoro del compositore inglese, la Serenade for Tenor, Horn and Strings, con la rarissima accoppiata tenore-corno. Britten la scrisse trentenne nel 1943, quando sbarcava il lunario componendo musiche per documentari patriottici. Fu il cornista Dennis Brain, che suonava nella banda della RAF, a chiedergli una composizione per il proprio strumento.
La Serenata è formata da sei “poesie in musica” incorniciate da un identico brano per corno. I testi sono di alcuni dei massimi poeti inglesi, fra cui Blake, Tennyson, Ben Johnson e Keats.
L’orchestra si riduce ai soli archi. Salgono sul palco il cornista croato Radovan Vlatkovic, uno dei maggiori interpreti europei dello strumento, ed il tenore inglese Mark Milhofer, voce limpida e bel timbro. Sono un po’ inquieto perché non so cosa aspettarmi: detesto ogni forma di lieder ma amo le sonorità del corno.
I primi tre brani, Prologue, Pastoral e Nocturne, scorrono via un po’ trasparenti ed è solo con l’inquieta Elegy – sincopata, alla Gershwin – che “sento” di nuovo la musica. Segue Dirge, intenso lamento funebre dalla struttura a strofe: Milhofer canta quasi senza prendere fiato, una sorta di basso continuo barocco però ben poco gioioso, gli archi salgono nervosamente di intensità fino al prorompere del corno. Un gioiellino, seguito dall’altrettanto felice (questa volta in tutti i sensi) Hymn to Diana, con gli archi suonati a pizzico: qui si coglie quel che voleva dire Britten quando affermava di voler «restituire alla musicalità della lingua inglese l’esplosione, la libertà e la vitalità di cui è stata depauperata». Chiudono la Serenata il dolce Sonnet di Keats, ed il malinconico Epilogue con Vlatkovic che suona fuori scena, nascosto dietro il sipario.

La Sinfonia n. 5 di Prokofiev vede la luce nel 1944, quando ormai era chiaro che la guerra sarebbe stata vinta: l’autore di Pierino e il lupo pensò allora a qualcosa che suonasse come «un inno all’Uomo libero e felice, ai suoi alti poteri, al suo nobile spirito». Un programma, che assieme all’assegnazione del Premio Stalin, ha fatto lungamente ritenere la Quinta una sinfonia celebrativa e retorica. Giudizio fuori luogo, perché di retorica questa imprevedibile cavalcata sonora proprio non reca traccia.
Il primo movimento, Andante, dovrebbe essere il tempo-chiave, quasi una sinfonia nella sinfonia, eppure tutto sembra un po’ indefinito. Ci pensa allora l’Allegro marcato, anche se fa mostra di una struttura più lineare, con il resto dell’orchestra a contrappuntare e commentare gli archi. La linea melodica è però allegra e ritmata, a tratti ricorda quasi il Bolero: un passaggio con le trombe e il tamburo evoca una felice marcetta da bambini, la gioia di Pierino per la fine della guerra ormai prossima. L’Adagio e l’Allegro giocoso terminano entrambi in un crescendo di vigoroso entusiasmo, tutto percussioni e fiati. Lü Jia (quasi impassibile) non esagera col volume e anche nell’apogeo calibra i timbri delle varie sezioni, peccato soltanto che si senta poco il pianoforte.
Grandi applausi, largamente meritati.

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