Concerti Magazine Mercoledì 5 gennaio 2005

Questione d'onore

Magazine - Una questione d’onore, se l’onore è un sentimento animico. Un impeto del cuore. Qualcosa di cavalleresco, molto lontano insomma dai pericolosi malintesi semantici che tutti noi purtroppo conosciamo.
È con questo sentimento che metto mano alla tastiera, trovandomi per una volta, seppure scrittore, davvero a corto di parole.
Il gruppo Lorimest ha appena concluso la sua strepitosa tournée savonese, raccogliendo commoventi consensi del pubblico e testimoniando, con la loro Arte, con la loro umiltà, l’universalità dell’essere umano. Di ogni essere umano.

Niente ponti, quindi, tra nord e sud, tra est ed ovest. Non ce n’è più bisogno. Dovremmo ormai averlo capito. E chi non l’ha ancora capito lo capisca adesso, visto che la recente , tragicamente, docet.
Tra Natale e Capodanno, qui a Savona, normalmente si respira un’aria ancora più sonnolenta del solito, la definirei un’aria asfittica post prandiale, frutto dei bagordi e di un certo torpore che i media non si fanno scrupolo di alimentare. Un sonno, quindi, di squisito sapore omerico. Il sonno di Ulisse che sognava l’isola che non c’è. E non certo il salvifico sonno che, invece, lo colse sull’isola dei Feaci, preludio del suo ritorno a casa. Preludio del vero risveglio, del ri-conoscimento del proprio essere.
Ebbene, come le navi dei Feaci, i virtuosismi sonori dei Lorimest hanno avuto il potere di riportarmi ad Itaca e là, improvvisamente, nel profondo di me stesso, ho potuto di nuovo, stavolta con onore, pronunciare il mio nome.

E che nessuno si azzardi a ritenermi esagerato. Vivaddio, sono ancora nel pieno delle mie facoltà mentali, testimone il notaio Enzo Motta, siculo doc, presidente del Sodalizio Siculo Savonese “Luigi Pirandello”, promotore, in collaborazione con alcune Circoscrizioni savonesi, dell’iniziativa che ha consentito di ospitare nella nostra città i Magnifici Otto.
Che altro dire? La Sicilia intera, come un benefico Tsunami si è riversata nelle chiese, tra la gente, col suo carico di antica cultura, di antica sofferenza, di antica pietà, nel senso di Pietas.
Ma non solo, dicevo dell’umiltà dei Lorimest, che rende loro i più alti onori, tanto per restare fedele al titolo di questa paginetta. Quell’umiltà che li induceva a dire, alla fine di ogni concerto:
«Ringraziamo il gentile pubblico che ha avuto la pazienza di ascoltarci».
A quella frase, puntualmente, ero costretto a reprimere un moto interiore che mi avrebbe portato a sbottare:

«Ma come? Siete matti? Grazie a voi delle perle che siete venuti a portarci, di quei profumi, di quella carne e di quel sangue, di quel pane e di quel vino che ci avete appena regalato, rinnovando soprattutto in me, mezzo meridionale, memorie ancestrali, lacrime e sudore, rabbia e passioni, sogni e disincanti, tutto ciò insomma che anima l’anima di un’anima umana».
E non è un bisticcio di parole, ovviamente, né un auto compiacimento verbale. Semplicemente cerco, arrabattandomi, di raccontare quel che è successo qui a Savona in questi giorni.

Ad onor del vero, e qui ritorna la parola onore, c’è stato qualcuno che alla fine di uno dei concerti ebbe ad invitare il parroco ad elevare una preghiera per le vittime del maremoto, dimenticando che il canto popolare, in particolare l’animicità di quello dei Lorimest, al pari del migliore dei gospel, del più intimo dei blues, è di per se stesso una preghiera.
Detto questo, passando dal sacro al profano, in preda al demone dell’inchiostro, sia pure telematico, vorrei andare avanti ancora per molto, ma mi rendo conto che qualunque altro commento si rivelerebbe, oltre che noioso, totalmente inadeguato ad esprimere gli inesprimibili Lorimest.
Perciò vi lascio con le parole di Dante:

Matto è chi spera che nostra ragion
possa trascorrere l’infinita via
che tiene una sustanza in tre persone
.

Ovvero: accingetevi ad un religioso, e rigoroso, silenzio se vi doveste imbattere nei canti dei miei fratelli Lorimest, solo così ne potrete penetrare il più profondo mistero.

Nella foto: Lorimest

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