Galois vince il Premio Pitagora - Magazine

Teatro Magazine Giovedì 30 dicembre 2004

Galois vince il Premio Pitagora

Magazine - Da domenica 30 ottobre (ore 21), il Festival della Scienza propone sul palcoscenico della Casa Paganini, (piazza Santa Maria in Passione) lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Genova, Galois - Storia di un matematico, di Luca Viganò. Un testo che, proprio in questi giorni, ha vinto il Premio Pitagora come migliore evento mediatico per la divulgazione della matematica. Lo spettacolo è in replica alla Casa Paganini dal 31 ottobre al 4 novembre (ore 21) e sabato 5 novembre (ore 10.30). Per l'occasione riproponiamo la nostra intervista all'autore, Luca Viganò, realizzata nel gennaio 2005 al debutto dello spettacolo al Teatro Duse.

Da mise en espace a produzione del Teatro Stabile di Genova.
Questa in estrema sintesi la vicenda produttiva del testo di Luca Viganò, Galois.
Luca è un ingegnere elettronico che da anni, dal tempo del liceo, scrive per il teatro con un certo successo. Galois è la settima elaborazione e, forse, in qualche modo quella esemplare, quella che coniuga la doppia vita di Luca -impegnato in ambito scientifico e umanistico- mettendo in scena la figura ottocentesca del giovane matematico francese Èvariste Galois.
Luca racconta Èvariste e noi raccontiamo Luca.

Chi sei?
«Un cervello in fuga interessato al rientro.
Genovese, residente fino alla laurea in ingegneria elettronica. Poi emigrato in Germania, lì ho fatto tre anni di dottorato e cinque per formarmi come insegnante universitario (un corso senza equivalenti qui in Italia).
Oggi sono docente al Politecnico di Zurigo e mi occupo di ricerca sulla sicurezza informatica. In parallelo svolgo da anni l’attività drammaturgica nata al liceo, alla Scuola Germanica».

Come è cominciata questa tua passione per la scrittura teatrale?
«Per gioco, dentro la compagnia della scuola. Poi in quinta proposi di scrivere un testo e anche di curarne la regia e così è stato. Per due anni ho continuato a farlo. Nel frattempo all’università mi contattò una compagnia amatoriale, La Pozzanghera (ancora oggi molto attivi). Con loro ho curato la regia di due spettacoli, portando con me uno dei miei migliori amici, Paolo Kessisoglu, attore. Dopo un paio d’anni entrambi abbandonammo: io per lo studio, lui per la carriera artistica.
Negli anni ’90 sono ripartito seriamente e ho completato, ad oggi, sei lavori oltre al Galois. Tre sono stati rappresentati (L’ombra cammina, mise en espace nel 1994 all’Argot di Roma e segnalato nel ’93 al Premio IDI; Deadlock, a Udine 1997) e altri tre (Slice of Death o L’ospite di Evelina; Gli astanti e Bipedi implumi con anima) invece raccolti in una pubblicazione edita da Le Mani (Recco, 1998). Slice of Death, un atto breve, è stato anche messo in scena al Teatro Quirino di Roma (1993) dal regista Ennio Coltorti. Mentre con Giochi di ruolo sono stato finalista al Premio Candoni nel ’96».

Ci racconti com’è nato Galois?
«La prima stesura è del 1999. Lo proposi a Ivo Chiesa e a Marco Sciaccaluga che subito dimostrarono grande interessere, commissionandomelo per il palcoscenico. Da quell’epoca il testo si è trasformato. Nella prima bozza c’erano molti più personaggi e poi era meno diretto. Ho cercato di puntare ad una maggiore urgenza e immediatezza. Adesso è un lungo atto unico, con molto ritmo. Almeno spero».

Da "mise en espace" a produzione dello Stabile: un bel salto...
«Davvero. Sono cambiate anche le condizioni del contorno, perché la "mise en espace" si svolgeva nello spazio circolare della Piccola Corte, oggi invece lo stiamo provando nella versione frontale per il Duse. Inoltre, passati due anni, sono cambiati quasi tutti gli attori, nel frattempo impegnati in altre produzioni. Restano Flavio Parenti (in Galois) e Pietro Tammaro (Auguste Chevalier, un amico di Galois). Il testo è stato ulteriormente asciugato anche con l’aiuto di Marco Sciaccaluga. Grazie a lui sto seguendo le prove con immenso piacere perché imparo molto».

Cosa hai dovuto cambiare a livello drammaturgico?
«Per lo più piccoli interventi: qualche spostamento di battute, qualche cancellatura e qualche nuova aggiunta. La mise en espace era la prova del testo sul palco, oggi siamo arrivati ad uno spettacolo compiuto, una produzione per cui si è investito molto.
È il mio testo più maturo ed è vero che è anche la prima volta che racconto cose scientifiche. Come molti, rimasi colpito dalla figura di Galois in una lezione universitaria. Per curiosità ho cominciato a leggermi le varie biografie. Poi mi è venuta l’idea: dipingerlo in modo romantico come una figura passionale. A vent’anni la passione amorosa, politica o scientifica sono un tutt’uno con la sensazione che è ancora possibile cambiare il mondo. Ma a 20 anni Galois aveva già fallito in tutte e tre le direzioni. Era un incompreso. Così si è cristallizzato il nucleo del mio plot. Privilegiando il duello, in un confronto inventato con il migliore amico, il mio Galois cerca il suicidio andando incontro all’amico armato. Il realismo non mi interessava. La questione più complessa era come gestire la matematica. L’ho risolta facendone un Gramelot. Galois racconta cose alte, ma incomprensibili. Ciò che importa non è capire, ma cogliere l’incomprensione. Intorno alla sua “teoria dei gruppi” ho costruito un gioco sulle relazioni e l’impossibilità di alcune, come nella sua algebra. Così la matematica si integra e contribuisce alla storia individuale».

Non ti viene la tentazione di fare un salto altrettanto grosso e diventare scrittore di teatro a tempo pieno?
«Sì, una tentazione fortissima. Però c’è il fatto pragmatico: è impossibile o quasi vivere di sola scrittura. In secondo luogo si tratta di capire se c’è la capacità. E poi, un conto è vivere il teatro come hobby, senza obblighi, altra cosa è viverlo come professione. Fra l’altro mi confortano esempi illustri come Gadda e il primo De Crescenzo. Credo anche che questo saltare dall’informatica al teatro e viceversa sia la mia forza. L’una rende meno stressante l’altra».

Hai dei maestri?
«Amo Shakespeare, Cechov e Buechner, ma anche Lenz, Stoppard e MacDonald. Tra i registi Peter Brook, Peter Stein, Marco [Sciaccaluga, ndr] e alcune cose di De Capitani».

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