Magazine Lunedì 27 dicembre 2004

Gli haiku di Marco De Carolis

I poeti del Ponente ligure amano la forma breve. Già solo per questo sono da apprezzare: poesie lunghe, grave danno, diceva più o meno Callimaco. , splendido quarantenne armataggese, non sfugge alla prassi. Questa sua prima raccolta, esigua già nel conto delle pagine, si fa quasi nel conto medio dei versi per lirica.

Il pezzo di apertura, quello che dovrebbe registrare la temperatura stilistica del volume, è questo: che sogni stanno / in un palmo di stelle? / quelli che vanno.
Così, tutto in un minuscolo, una rima alterna ma facilina e il punto interrogativo. È un inganno. Altri punti interrogativi non ci sono, e il gioco delle rime è assai più complicato: rime interne, rimalmezzo, rime di senso. De Carolis ha peraltro trascorsi, oggi forse appena dimenticati, di narratologo: chiunque legga queste poesiole, solo in apparenza innocue, ci troverà materiale intertestuale da vendere.

, nella breve e come sempre centralissima introduzione, ne parla come di versi dell’amore "dopo", dell’amore che non c’è più e in quanto tale più lo si apprezza nella «sua intensità (…) nella sua vertigine».
Vero, ma De Carolis mette in esergo due versi di Pablo Neruda e il suo poetare è molto letterario.

che quelli che conosco / non dicono, così inizia a un certo punto: e subito ricorda, soltanto per il suono, che però è tutto: Che mastice tiene insieme / questi quattro sassi, di poeta ligure per ora più noto del nostro.

In questi piccoli haiku composti in vita e in morte di un amore o più amori – il gineceo qui raccolto è composto di più figure, alcune ben note in zona, altre no: al lettore indigeno il piacere della scoperta – il passo non è quello del trovatore provenzale né quello del post-ermetico ligure. Qui racconta, non verseggia soltanto, un intellettuale precocemente blasé, forse appena un filo sopra le righe ma anche per questo più convincente. Il paradosso è in agguato a ogni pagina, non meno che il gusto per l’immaginazione fantastica, se non proprio delirante:
Finisce tra trippe bollenti / e bianche, / nell’osteria dei padri / dalla minuta memoria, / che passano – e sei solo / nel rollìo del fumo, / che porta e riporta
(le consonanti stridono al v. 1, poi si scivola fonosimbolicamente, e il rollìo del fumo riporta alla mente le onde marine appena increspate, protagoniste altrove nella raccolta. Che cosa finisce, poi? Non importa. Forse un amore, forse una partita a belotta, forse altro. In complesso, sembra una visione poco analcolica, se non proprio del tutto alcolica, e per questo suggestiva).

De Carolis ha impiegato una ventina d’anni a pubblicare questo libricino, che è benissimo illustrato da Ugo Gilletta, pittore e fotografo d’eccezione. Per la prossima uscita, veda soltanto di sbrigarsi un po’.

Marco De Carolis
Vorrei raccontarti, Milano, Vanitas, 2004
Prezzo 5 Eu

Giovanni Choukhadarian
di Laura Calevo

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