Magazine Martedì 14 dicembre 2004

Coraçao vagabundo

Magazine - I gomiti appoggiati al tavolo di marmo, i pugni chiusi a reggere il viso ed a raccogliere le lacrime che scendono, cerco inutilmente una spiegazione ascoltando ripetutamente la struggente melodia dell’L’ultimo bacio di Carmen Consoli, mentre con lo sguardo ormai reso obliquo dall’alcool, osservo sconsolato il livello di Blue Sapphire che è sceso ormai quasi al fondo della bottiglia.
Lo so che non racconto niente di nuovo. Anzi suona tutto quasi retorico, noioso: una storia trita e ritrita: si tratta semplicemente di un uomo incapace di vincere le sue insicurezze, la sua possessività. Un uomo che, ancora una volta, non sa fare tesoro del dono che una lei gli fa di se stessa così, lei sì, semplicemente, senza chiedere nulla in cambio se non la possibilità di esprimere ciò che prova per lui senza doversi sentire, ancora una volta, chiusa in una gabbia.
Solo che questa volta il lui della situazione sono io. Ed è assurdo come cerchi, la mente offuscata dal gin, di trovare nel muro compatto della mia incapacità di accettarla per quello che è, una piccola crepa che possa almeno farmi intravedere una piccola speranza, la remota possibilità di ripropormi. Un attimo di tregua al dolore della sua perdita. Un refolo di brezza che serva, senza essere ancora la calma, la serenità, almeno ad asciugare queste lacrime che sanno di sconfitta, in questa battaglia dove continuo a battermi contro me stesso senza riuscire a venirne a capo.
- Ma sono lacrime, mentre piove, sono lacrime... mentre piove. -
E non ho neanche i mille violini suonati dal vento!

Le avevo spedito una copia ingrandita di quella foto scattata vent’anni prima da un’amica comune in cui, le palme della riviera da sfondo, abbracciati e felici sorridevamo alla macchina fotografica e al mondo.
Dopo una lunga relazione sentimentale seppellita tristemente sotto il peso dei chilometri che ci dividevano e dei nostri tradimenti, che allora chiamavamo l’esigenza di fare nuove esperienze, erano seguiti lunghi anni di silenzio tra noi.
Finchè un giorno, per caso, ormai quarantenni, la stessa amica ci aveva rimesso in contatto.
All’inizio si era trattato di qualche telefonata ed alcune e-mail in cui parlavamo di noi del nostro lavoro, delle soddisfazioni, delle sconfitte.
Poi una sera, scaturite dal ricordo mai completamente sopito della forte attrazione che ci aveva a suo tempo legati, successe di scambiarci una serie di frasi in cui essa fece nuovamente capolino.
Il gioco ci prese la mano e andammo avanti scambiandoci con un crescendo sempre più coinvolgente, usando parole scritte o sospirate in una cornetta, quella sensazione di rinnovata energia, di voglia di vivere, di desiderio che di nuovo ci legava, ci faceva sentire vicini, ci spingeva a cercarci.
Così, in occasione del suo compleanno, pensai che quella foto sarebbe stato un regalo senz’altro più gradito che non l’ennesimo insulso dono.
Il messaggio che mi scrisse quando ricevette la fotografia non aveva bisogno di commenti:
- Maestro dell’incredibile... io ti amo!! Or ora ho ricevuto la tua sorpresa: è stato un tuffo al cuore!!!! Eravamo bellissimi!!! Ed ora goditi la mia lingua calda, umida e morbida che scorre lentamente lungo la tua spina dorsale…-
Quanti punti interrogativi e… quante promesse!
Decidemmo che ci saremmo rivisti!

- My head is spinning round... my heart is in my shoes…- urla Waits mentre i fiati della band che lo accompagnano fanno vibrare i miei timpani e la mia anima. Ho smaltito la sbronza e soprattutto ho capito che piangermi addosso non aumenta le possibilità che lei mi dia un’altra chance.
Ho scavato a fondo, molto a fondo ed ho rivisto come in un filmato al rallentatore i miei errori, le meschinità, le stupide gelosie.
Ho affrontato il tutto con calma, senza inutili paure o facili entusiasmi e sono riuscito a pormi in uno stato d’animo di sincera disponibilità.
Ed ora vengo ad offrirtela! L’ultima tua frase, lasciata cadere lì, mentre ti voltavi per andartene e una lacrima scivolava sulla tua guancia, quel “se solo provassi ad essere un pò diverso...”, mi martella nella mente. Alle sette di sera, quando uscirai dall’ufficio, sarò lì ad attenderti, con un mazzetto di quei garofanini bianchi screziati di viola che ti piacciono tanto e con una grande emozione. Ti inviterò a cena in quella trattoria, la solita, e ti dirò del mio bisogno di farmi perdonare. Poi, se vorrai, andremo a casa tua e faremo l’amore fino a sfinirci. E di notte, mentre tu dormi, ascoltando il tuo respiro quieto, guarderò fuori dalla finestra la luna riflessa sull’asfalto umido e sentirò crescere dentro di me una voglia composta, seria, di chiederti di aiutarmi a diventare un uomo migliore, il tuo uomo. È l’una, sono a Zurigo, Tom Waits non molla e il motore romba. Aspettami... alle sette sono lì.

Danilo Sidari

di Antonella Viale

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