Magazine Giovedì 9 dicembre 2004

Stavolta niente buffet

Gentili lettori, prima di tutto, ancora e sempre, la buona creanza: buona lettura. Questo articolo esce molto in ritardo, è quasi vecchio. La colpa dell’autore (io) è felice, perché il ritardo l’ha causato il più severo tra voialtri che avete la compiacenza di seguire i miei reportage, le mie inchieste d’altri tempi dall’estremo Ponente ligure. Chi m’ha fatto temporeggiare è il dottor professor Antonio Silva, preside del liceo Enrico Fermi di Lecco e da 30 anni conductor optimus della Rassegna Tenco di Sanremo. «Stai sempre lì a menare il torrone coi buffet! Va là, armeno, ormai hai nojato anche i più pazienti».

In suo onore, e poiché lo rispetto più della mia collezione di 45 giri di Alan Sorrenti, questo è un pezzo serio e gaddiano sulle 2 giornate in onore di Eugenio Montale, organizzate nella villa Nobel di Sanremo da Giuseppe Conte, con il patrocinio economico della Provincia di Imperia (il colto presidente Gianni Giuliano e il suo vice protonotaro Franco Amadeo) e del comune di Sanremo (l’estroso avvocato Marco Andracco).

Montale ha vinto il Nobel 29 anni fa: la celebrazione sarebbe caduta l’anno venturo. Ma siccome Conte è di mestiere poeta e non ragioniere né (purtroppo) assessore alla cultura, per lui ogni occasione è buona. Ha riunito allora un bel duo di soprano e pianoforte (Josella Ligi e Luisa Repola), una grande attrice (Paola Pitagora), due jazzisti di talento raffinato (Dodo Goya on double bass and Andy Dulbecco on vibraphone) e un mannello di poeti e critici scelti. Qui l’elenco sarebbe lungo come quelli delle navi di Omero, che se uno non li ama, vuol dire che non ama neppure la poesia. Allora: Alba Donati, Antonio Riccardi, Valentino Zeichen, Fawsi al Delmi, Jasper Svenbro, Stefano Verdino. L’ordine è casuale, ma tutti gli interventi hanno fatto volare alta la parola della poesia.

Il tema era sì “Montale e la musica”, ma non si è mica parlato soltanto di quello. Svenbro, che parla l’italiano come lo svedese e siccome insegna in Francia ha un francese migliore di quello di Aznavour, ha tenuto zitte e mute 2 classi di liceali discorrendo, come nulla fosse, del concetto di interpretazione della scrittura, della grammatica e della poesia nell’opera di un commentatore di Dioniso Trace (inutile cercare su Google: non c’è).

Verdino ha controllato il registro della sua comunicazione, ma è troppo abituato a Mario Luzi e Alessandro Parrochi per non parlare ormai come loro, anche quando ordina il caffè. I poeti sono piaciuti quasi tutti: la Alba Donati ha messo un po’ malinconia, veramente, ma è giovane e crescerà. I migliori son stati Fawsi al Delmi, che ha recitato la sua traduzione in arabo dei “Limoni” di Montale (“Al lémùna”: suonava molto meglio che in italiano, giuro) e Antonio Riccardi, di mestiere direttore editoriale e per hobby lirico di una durezza che non si ascoltava da tempo, diciamo almeno da “Nel silenzio campale” di Paolo Volponi.

Nel backstage, hanno brillato Roberto Barbolini, che usa la sua laurea con Anceschi per scrivere da anni su Panorama. Esempio raro di cronista culturale acculturato, che non si prende sul serio e non si limita ai pettegolezzi su Carlo Rossella (però ne ha di ottimi: grazie di avermeli raccontati).
Tutto l’ambaradàn, però, si è retto sul genio inventivo di Giuseppe Conte, che solo quello sciamannato di Valentino Zeichen può permettersi di chiamare Pepito. Non è solo il gran poeta di cui si è già occupato: è anche un organizzatore intelligente e pratico, diciamo un creativo.
A Sanremo tanti lo ricordano giovane professore di lettere. Oggi è un artista di mezza età, che conosce la musica, spiega la tecnica della poesia come pochi ed è anche svagato il giusto. Al prossimo cocktail e al prossimo evento, professore!

p.s.: in realtà, questo articolo non parla di cibo perché al cronista di Repubblica-Genova (io) è stato negato l’accesso alla colazione per i 16 invitati. Essi mi avrebbero accolto, qualche mercenario dell’organizzazione, contro la loro volontà, ha estromesso il giovane pubblicista. De minimis non curat praetor, ma non si poteva non scrivere (contento Antonio?)

Giovanni Choukhadarian

Nella foto: Eugenio Montale
di Daniele Miggino

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