Magazine Giovedì 2 dicembre 2004

Jukebox

- Vedi un po' cosa c’è di interessante anghesu, il resto devi smantellarlo entro dopodomani.
- o cappa, boss!
- Dev’essere tutto pronto per il nuovo archivio storico.
C’è da stare all’occhio se riusciamo a ricavare del buono, anche durante la costruzione dell’archivio. Spesso siamo attaccati a delle cose vecchie, ma raramente siamo attaccati alle persone vecchie. Quest’ultime sembrano perdere valore col tempo tanto quanto gli oggetti ne acquistano. È assurdo, ma accade proprio così. Almeno in questa società. Dopo una sorprendente ricognizione serale nei fondi di un decadente palazzo ottocentesco, sede della più gloriosa editoria e delle più grandi testate giornalistiche degli ultimi centocinquant’anni, ti vengono certe riflessioni.

- Daghe 'na mossa, che devi smantellare lo scantinato entro domani sera, c’hai trovato qualcosa di buono?
- Non direi, le uniche cose interessanti andrebbero smontate, altrimenti mica ci passano dalla porta…
Qualcosa di interessante c’era, un vecchio jukebox. Ma mica dissi nulla. Come diavolo era finito laggiù!? Com’era passato da quella minuscola porticina, che ci si doveva abbassare per non lasciare i propri pensieri spiaccicati sullo stipite e gli improperi seguenti a rincorrersi nell’eco del vano ascensore. Lo analizzai attentamente, quel giradischi, lo toccai come toccano le fuoriserie nei film americani, lisciandolo con il dito medio; ok, stop, buona alla prima: il dito era decisamente pronto per un rilievo dattiloscopico (bleah). Alla fine non resistetti, attaccai la spina - moderna e modificata di recente - e fu come entrare in un’altra dimensione.

Che luce accattivante, giallo ambra, rosso martini… era ancora vivo! Gli occhi erano inondati da uno sciabordio di colori vellutati, sconosciuti. Si sarebbe potuto dire fuori moda. Un’attrazione… nella penombra uno schianto cromatico trasformava lo scantinato: dolce interno dell’involucro di caramella.
Così, la luce densa si franse sui profili musoni dei vecchissimi scaffali di legno, ora colorati e rivestiti come delle drag-queen ottuagenarie e io iniziai a schiacciare sulla consunta dentiera alfanumerica. (T-tlanc) secondo rilievo dattiloscopico, questa volta l’indice. Polvere densa.
Il jukebox andò a frugare in fondo alla sua pila di simpatici dischi, con il suo piccolo braccetto meccanico, proprio in fondo. Si fermò un attimo, come se riflettesse sull’annata di un buon vino, e poi decise.
Che tenerezza quella piccola protesi, che agganciò il quarantacinquegiri e lo servì al piatto con movimenti scattosi.Il jukebox pareva contento della scelta,Wilson Pickett.

Il fruscio non era di troppo, era il valore aggiunto, il distintivo di anni di diligente lavoro. La puntina si schiarì la voce e alla fine della “corsia di riscaldamento” incontrava Wilson; il jukebox smetteva di essere affannato e meccanico.
Richiamava alla mente un vecchio musicista, rinchiuso in un puzzolente ospizio, al quale porgi il suo strumento. Inizia a far vibrare il suo violino e i suoi ricordi, impolverati nel deposito della memoria, entrano in risonanza con le corde. Privarlo dello strumento sarebbe come staccargli la spina. Qualcuno si era arrogato il diritto di farlo.
Perché?!

Il jukebox a monetina continuò a suonare da sfondo ai pensieri. Giunse alla fine quel vecchio dispensatore di musica. Mi guardò. Quasi mi implorò, di contrastare quel suo destino meccanico che lo avrebbe costretto ad archiviare il disco e a tacere.
Qualcuno fermi l’ineluttabile corso della meccanica, così terribilmente simile al decorso della natura, tanto quanto in altri momenti sembra distante ed avulso.
Potrei illuderlo con un altro giro, un’altra monetina al bambino sulla giostra, un’altra vita ad un uomo, ma non posso. Oppure sì? Il giorno dopo avrei dovuto necessariamente smantellarlo, erano gli ordini. Per questa sera suona, suona, fai sentire che sei vivo, fai udire musiche dimenticate. Fai sentire l’odore della storia: la musica.

Andai a trovare mio nonno il giorno dopo, gli chiesi, spontaneamente, di farmi vedere la sua vecchia radio a valvole. Quante volte me la fece vedere da bambino! Sempre la stessa storia: come le riparava, che era l’unico al paese, che i pezzi di ricambio scarseggiavano, la sarta era carina, la vecchia topolino del notaio, la processione del santo patrono, momento di incontri e socialità, la nonna! L’ho conosciuta così: la guerra, la fame, il cinematografo.

Riascoltai tutto per l’ennesima volta. La storia del nonno suonava come un vecchio disco, dall’incedere stentato ma solenne.
Inaspettatamente scoprii cose nuove, mai sentite prima: immagini tremolanti scaldate dal ricordo del nonno e odori: parevano diffusi dal cono di un vecchio grammofono. Il nonno capì. Ero lì come non lo ero mai stato. Mi disse che ero maturato molto dall’ultima visita. La settimana scorsa.
- Una volta c’ho messo le mani su uno di quei giùboss, che l’aveva comprato il Nino, da metterlo al bar di suo padre, in paese. Era tutto rotto. Il giùboss, non il bar!
Ma il tuo funziona m’hai detto…

Stefano Scali

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