Concerti Magazine Venerdì 26 novembre 2004

Volevamo essere gli U2

In mancanza dei prodotti autentici, spesso si ricorre ai loro surrogati.
Grande è la soddisfazione quando tale effetto placebo gratifica quasi (dico: quasi) quanto l’originale.
È il caso degli , tribute band italiana degli U2, incaricata dalla Universal di diffondere, attraverso un mini-tour nei forum delle FNAC italiane, il verbo di How to dismantle an atomic bomb, nuovo lavoro della formazione di Dublino. Sempre che, diciamocelo, una multinazionale del successo come il quartetto irlandese abbia bisogno di grandi promozioni.
Nonostante Zooropa (1993), Pop (1997) e All that you can’t leave behind (2000) abbiano spiazzato a più riprese la vecchia guardia dei fans con sbandamenti ambigui nelle sonorità, il loro nome è comunque una garanzia, senza dubbio, e le fila di adepti si ingrossano, di album in album, a dispetto delle critiche: anche quando le atmosfere appaiono scontate o – all’opposto-paradossali, un guizzo nella voce di Bono o un accorgimento in fase di postproduzione nobilitano interamente ogni loro album.

Gli Achtung Babies hanno un forte e simpatico accento romano: vestono i panni di Mr. Paul Hewson e soci da ben undici anni. Credetemi, la trasmutazione ormai è compiuta.
Nel bugigattolo della FNAC sono presenti solo Alex e Fabio, rispettivamente The Edge e Bono. L’effetto è sorprendente.
Non si tratta affatto di una carnevalata o di una mera imitazione: la simbiosi è perfetta al punto che i loro movimenti, oltre che le loro virtù musicali e canore, sono praticamente identici a quelli dei loro beniamini. Mi chiedo quanto la loro vita sia influenzata dal desiderio di somigliare ai membri del quartetto, e quanto tale aspirazione li condizioni anche nella banali scelte quotidiane. Arrivo a credere che, di questo passo, il loro fisico si modificherà lentamente per appianare quelle minime divergenze estetiche che ancora sussistono. Tipo la punta del nasone di Fabio.
Battutacce a parte, la sua gran voce ha l’inconfondibile timbro di quella del vero Bono, e provoca emozioni sincere: quando intona brani come Stay o In a little while, la differenza è minima. Ma sono i suoi gesti a sconvolgermi: del suo modello ha lo stesso passo strascicato e un po’ baldanzoso, le medesime movenze delle mani, stringe il microfono e muove perfino i capelli come nel video di Where the streets have no name. Per non parlare di Alex: un perfetto, saggio e chiacchierone The Edge, virtuoso della chitarra, scatenato nell’assolo di Desire.
Il pubblico, accorso numeroso, partecipa: tiene il tempo battendo le mani, richiede le canzoni più amate, compresa una traccia del nuovo cd (uscito ufficialmente sul mercato proprio sei giorni fa), tale Miracle Drug, una ballad che Bono ha dedicato a suo padre.
Sul finire dell’esibizione, compaiono i Jingle Jam Singers, coro gospel genovese, per eseguire in stile chiesa battista di New Orleans I still haven’t found what I’m looking for, sulla falsariga dell’esperienza di Ruttle and Hum (1988).

I due maghi del trasformismo si involano per correre ad Alessandria, dove il resto del gruppo li attende per una serata: a quanto pare, non hanno trovato un locale per organizzare un’esibizione a Genova. Mannaggia. Scommetto che il loro è uno spettacolo decisamente bello. Quelle poche pillole di U2 sono bastate per esaltarmi: non oso immaginare l’effetto di un intero concerto.
E dire che sono “solo” copie.

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