Magazine Lunedì 15 novembre 2004

Il concorso letterario

-Ecco il mio manoscritto, ve la siete cercata! L’avete chiesto, eccolo! Ah ah ah.
Questo l’esordio.
Davanti a me un’intera redazione, si fermò solo un centesimo di secondo, come congelata in una foto: tutti mi osservarono, le mani ferme su tastiere gialle come i denti di un fumatore incallito; tastiere affannate dall’esercizio alle quali erano sottoposte(tic-tiritic-tud-tic). Quell’occhiuto centesimo di secondo fu per me il ciglio di un baratro senza tempo. Apparire spregiudicato. Bella trovata per battere la timidezza.
Uno di quei consigli da psicologo delle cronache rosa o da cartomante con la erre moscia. Salvo poi doversi accollare tutte le conseguenze di un agire così spregiudicato. Non parliamo della risata preconfezionata; era possibile che qualcuno si alzasse per controllare se le terga avessero una cordicella da giocattolo fisher-price, da 0-6 anni.
Più sommessamente, alla fine del tombale centesimo di secondo, mi avvicinai alla prima scrivania utile. Utile non nel senso della più prossima, ma quella che si sarebbe prospettata la più accondiscendente in termini di rapporto umano. Okay. Scelta la scrivania… no! La variabile “organizzazione scrivania”, ordinata/disordinata, non era stata valutata. Infatti, quella era terribilmente ordinata, maniacalmente ordinata e allo stesso tempo recava i segni di una tipica lavoratrice indefessa.
La mia ansia non fece in tempo ad apparire che la tipa già mi fissava, come a dire: sbrigati che qui si lavora e il tempo è denaro; euro per l’ufficio contabile. Era tardi per salpare verso una scrivania “migliore”.

-Cercherei il responsabile per i manoscritti del concorso…
-Cercheresti? Cosa ti condiziona nella scelta se cercare o meno?
La odiavo già, più di chi me l’aveva gratuitamente inflitta.
-Si, volevo dire che cerco con-un-certo-margine-di-sicurezza-e-senza-condizionamenti-contrari-apparte-la-fifa-il Responsabileperimanoscrittidelconcorso… (Majorca e qualsiasi altro apneista, in qualsiasi assetto, sarebbero capitolati.)
-… ho capito, la responsabile è in questo momento impegnata. Sa, la responsabile è anche la capo redattrice. Si è addossata questa incombenza per via del suo amore per la letteratura e la scrittura, infatti notevoli sono state le affermazioni…
A quel punto staccai la spina, non avrei mai pensato ad una persona così logorroica. Parlava, parlava, mi intratteneva, avanzava la presunta santità del capo redattore – o redattrice capo, oppure redatrice e a capo? Non ne potevo più…
-D'accordo – però! Stentoreo - aspetterò laggiù, su quel divanetto.
Il divanetto. Finta pelle con finte grinze ma con vera cicatrice, ricucita da un chirurgo-tappezziere che probabilmente aveva preso le mosse da un romanzo di Mary Shelley. Il divano, o la sedia, in qualsiasi sala d’aspetto, è come l’ottenimento di una dimora sicura in un luogo sconosciuto e magari odiato (il dentista, il medico, la mutua). Almeno questa ci pare la situazione come ultimi arrivati, ci sentiamo matricole inadeguate.
La sedia!
Porto sicuro.

Il dramma è quando i posti sono tutti occupati, sei lì in piedi e sarebbe più comodo se ti offrissero una berlina. Il divanetto a due posti si accompagnava alla poltrona sua sorella, dalla stessa carnagione africana, e ad un tavolino anni settanta, gambe di metallo cromato simili a quattro zanne di elefante (anch’esso, l’elefante, cromato, imbullonato e saldato; penso), incrociate in modo da reggere il piano di vetro scuro. Tutti e tre si impegnavano ad organizzare il perimetro quadrangolare senza pareti, di modo che apparisse come una sala d’aspetto. Il loro lavoro di sala d’aspetto lo compivano discretamente, ma per quanto riguardava l’aspetto della sala d’aspetto, insomma, c’era di meglio. Erano a fina carriera, si capisce. Il personale non li aiutava sicuramente. Sul tavolo, riposavano riviste vecchie sgualcite. Sull’angolo tra poltrona e divanetto, una pianta finta.

Avrei voluto vederli, questi tre esausti compagni di lavoro, la sera mentre timbravano l’uscita, parlare dei gloriosi anni passati, quando avevano praticato in qualche affermato studio notarile, o di avvocati. E il tavolino, reduce di questo stesso ufficio, ricordare la grande testata giornalistica per la quale aveva lavorato, i giornali freschi gli venivano poggiati sopra ogni mattina, le notizie che avevano segnato un’epoca, lette in anteprima. Io comunque aspetto, nella sala d’aspetto dal brutto aspetto.
I settimanali sono vecchi di due anni, ma le notizie potrebbero essere attuali: sono settimanali semi-rosa. Le cose che si possono scrivere e i sentimenti su cui si può far leva, per una rivista del genere, sono gli stessi di tremila anni fa, cambiano solo lingua, nomi, e valuta. Chiaro, sapientoni. Cambia anche il mezzo di comunicazione. Che siete esigenti! Se non lo so io che sono un comunicatore, un contenitore raffinato di pensieri. Un manoscritto.
Quell’imbecille del mio autore mi ha dimenticato di nuovo, sul divanetto!

Stefano Scali

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