Concerti Magazine Sabato 13 novembre 2004

Bartok-Mahler 2 a 1

Terzo appuntamento con la Stagione Sinfonica del Carlo Felice, giovedì 11: l’Orchestra del nostro Teatro era per l’occasione diretta dallo svizzero Michel Tabachnik, una delle migliori bacchette in circolazione. Il menu proponeva due gustosissime portate: il terzo concerto per pianoforte e orchestra di Bela Bartòk e la quinta sinfonia di Gustav Mahler.

Bartòk è uno dei giganti del Novecento. Come si fa a non amarlo? Un tipo che ai primi del secolo andava in giro per i paesucoli della piana danubiana con un primordiale grammofono Edison, incidendo su rulli di cera i canti e gli strumenti della tradizione popolare. Ascoltare la sua musica significa farsi stupire da ritmi o citazioni etno-folk di una modernità incredibile.
Mahler è invece uno dei grandi che aprono il secolo, formatosi nella Vienna di Klimt, Brahms e Freud (di cui è uno dei primi pazienti): grande innovatore dotato di un’immaginazione debordante, trascrive nelle sue opere migliori un’urgenza emotiva che turba ancora oggi. A volte gli scappa qualcuno di quei “pa-pa-pa-paaam” beethoveniani che rendono la sinfonica insopportabile agli orecchi di molti, eppure alla fine – vai a capire come ha fatto – Mahler ti lascia dentro qualcosa. Sarà quel “mal di vivere” che rende contemporaneo tutto ciò che tocca?

Ma passiamo alla musica.
Si comincia con Bela, e al pianoforte si siede Massimiliano Damerini, genovese, “uno dei tre massimi pianisti italiani della nostra epoca, con Benedetti Michelangeli e Pollini” (Süddeutsche Zeitung). Manterrà fede alle aspettative.
Il riferimento più vicino per le musiche di Bartòk sono le colonne sonore dei Looney Tunes: spesso le melodie orchestrali si interrompono per dare spazio ad un singolo strumento (piano, timpano, xilofono) che dà cinque colpi di nota, e via così, saltellando di qui e di là. Se ne va così il primo movimento.
Il secondo (Adagio religioso) è il cuore del concerto, ultima opera scritta poco prima di morire (1945) lasciando abbozzata la fine. Bela era da tempo malato di leucemia, solo, senza soldi, autoesiliatosi negli USA per fuggire alle armate hitleriane. Tabachnik e Damerini infondono un intimismo quasi commovente nell’alternare dolcissimo e lirico di orchestra e pianoforte. Damerini qui è strepitoso.
Il terzo movimento chiude il concerto recuperando i ritmi bartokiani (riff arabeggiante, assoletto di timpano). Tabachnik quasi danza saltellando con grazia sulla pedana: il lavoro sull’orchestra è ottimo, teso ad esaltare l’equilibrio dei timbri giocando sulle sonorità piuttosto che sulla forza: gli ottoni si sentono pochissimo.
Bis di Damerini (Liszt) e squadre negli spogliatoi, mentre Radio Foyer trasmette commenti entusiasti.

Se Bartok è la musica dei cartoni animati, Mahler è il John Williams di Star Wars. La quinta (1901-1903) spaventa: un’ora e venti di “complicatissima partitura”, parole di Mahler.
La marcia funebre introduttiva fuga finalmente un mio dubbio di anni. Ecco da chi hanno copiato i Pink Floyd di Atom heart mother! L’orchestrazione pinkfloydiana prosegue, alternando archi agli ottoni, dolci gli uni, violenti gli altri. Sono in sollucchero.
Arriva lo Scherzo: una pagina che può essere compresa visualizzando un valzer viennese in crisi depressivo-esistenziale steso sul lettino di Freud. Il valzer c’è, ci sono anche gli strumenti dell’allegria (trilli di triangolo, pizzicati, flauti doppiati dallo xilofono) eppure non riesce a spiccare il volo, risucchiato di tanto in tanto da brani orchestrali angosciati e mesti.
Il terzo movimento è il celeberrimo Adagietto (si scrive così) usato da Visconti in "Morte a Venezia". Un film visto probabilmente in prima visione dal canuto pubblico in sala, in deliquio, ma che alla generazione di Tarantino – mi perdonino gli amici di Effetto Notte – dice poco. Infatti qui il vostro cronista ha avuto un cedimento: violini e arpa, ritmo lentissimo (13 minuti, in media lo si suona in 9 o 10), una melodia struggente che ai nostri tempi risulta la parte meno godibile dell’intera sinfonia.
Nel Rondò finale Mahler chiude la parentesi lirica e torna alla violenza emotiva dei primi due movimenti. Sarà stato l’Adagietto che mi ha ammazzato, o la particolare complessità della partitura, ma faccio fatica a seguire i vari temi, che si sommano, si moltiplicano, si incrociano, si contrappuntano. Qui l’orchestra suona a tutta potenza, Tabachnik salta come Igor Cassina, i fiati ci danno dentro, i violinisti ancora un po’ e segano in due lo strumento. E arriva la fine.
Applausi (ma meno che per Bartòk). Ottima prova di Monsieur Tabachnik, di tutta l’orchestra e in particolare della prima tromba (Giuseppe Blengino).

Prossimo appuntamento con la sinfonica: 8 gennaio, Britten e Prokofiev. Puro ventesimo secolo, non mancate.


Nella foto: Tabachnik

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