Ritratto di uno scienziato vittoriano - Magazine

Cultura Magazine Sabato 30 ottobre 2004

Ritratto di uno scienziato vittoriano

Magazine - L’inglese Francis Galton (1822-1911) fu un bambino prodigio, capace a quattro anni di leggere, far di conto e parlare un po’ di francese, come racconta Simona Morini mostrando una letterina dello scienziato indirizzata alla sorella. Ultimo nato di famiglia ricca, Galton non fu brillante negli studi e una volta terminati si dedicò ai grandi viaggi. Fu esploratore in Egitto e il primo bianco a mettere piede in Namibia. Ed è proprio legato a queste prime esperienze e alla già viva passione per raccogliere dati e dettagli in gran quantità il suo primo libro e best-seller “L’arte di viaggiare”. Dopo il successo della pubblicazione, Galton diventa presidente della Royal Geographic Society a Londra e si afferma prima di tutto come geografo. La passione maniacale per i numeri e la misurazione, condivisa da molti nell’800, lo porterà all’osservazione di vari fenomeni, tra cui anche quelli metereologici, fino alla scoperta dell’anticiclone delle Azzorre. In seguito alla lettura dell’”Origine della specie”, Galton comincia ad occuparsi del problema dell’ereditarietà del talento, questione che affronta nel libro “Hereditary Genius” del 1892, dove arriva alla conclusione che il talento è un carattere ereditario, che non ha niente a che vedere con la cultura. È in questa occasione che conia i due termini distintivi “nature” e “nurture”. Secondo Galton il talento cresce di generazione in generazione fino a raggiungere un culmine, successivamente si va incontro ad un processo regressivo. Proprio questa sua ultima affermazione contiene in nuce l’importante principio statistico della media e della regressione.

Pur continuando gli studi sull’ereditarietà e sul concetto di regressione statistico, Galton concentrò sempre di più le sue sperimentazioni nel campo della psicologia sottoponendosi in prima persona a test e verifiche. Compì ricerche rivoluzionarie per l’epoca sulla percezione e i cinque sensi, si occupò del fenomeno della sinestesia, o interferenza dei sensi, e studiò i diversi modi di vedere o meno i colori, fino ad occuparsi dell’udito. I suoi studi affrontarono il tema della coscienza e i suoi metodi in molti punti somigliano già alle pratiche della psicanalisi, parlò infatti di inconscio e subconscio. Dedicò una particolare attenzione alla capacità umana di formare immagini mentali su concetti astratti, per esempio i numeri. I suoi studi sull’immagine e l’immaginazione lo portarono all’invenzione della “fotografia composita”, per arrivare in seguito ad affinare un sistema di individuazione dei delinquenti che entrò in competizione con quello vigente di Berthillon. Si occupò a lungo di ricerche sugli elementi che caratterizzano un singolo individuo e su quelli che invece sono comuni a più individui. In contemporanea a Mendel, si mise a coltivare i piselli per ottimizzare lo studio sulle diverse generazioni, arrivando a raccogliere 10 mila schede. Il suo ultimo importante studio confluì in “Natural Inheritance” in cui teorizzò l’eugenetica: un programma progressivo teso all’eliminazione di difetti fisici o mentali negli esseri umani. Fondò anche un centro di eugenia dove affinò strumenti antropometrici per misurare le persone e quindi consigliarle, se portatrici di difetti, di non riprodursi.

L’eugenica ebbe una diffusione molto maggiore di quanto normalmente si creda, ricorda Giulio Giorello, e si diffuse largamente in tutta Europa e anche in America. Ancora oggi il pensiero statistico continua ad essere dominante in una serie di ambienti e strutture sociali per la definizione delle politiche. Ma i numeri, ricorda Giorello, non dicono sempre la verità, “tutto dipende da come vengono presentati e spesso, invece che misurare dei dati, si sostanziano dei pregiudizi producendo così un cattivo uso della statistica”. Bisogna sempre tener conto di come i dati vengono aggregati e disaggregati perché è lì che cambia tutta la valutazione. Quella di Galton, ammette Giorello, è un’interessante avventura nelle idee, un modo unico di fare filosofia ed epistemologia, anche tenuto conto degli strumenti dell’epoca. La fotografia composita rappresenta un sogno, l’utopia di dare concretezza alle idee astratte e raggiungere così l’ideale della bellezza o della perfezione che nella realtà non si manifesta. Quando Galton ipotizza come ideale di bellezza il risultato medio è già a un passo dall’eugenica, che nella sua forma distorta di selezione della razza fu adoperata prima e dopo i nazisti e restò anche tra le righe di molta letteratura, per esempio nel romanzo di fantascienza del 1897 “La guerra dei mondi” di Herbert George Wells.

“È Stephen J. Gould a separare il ragionamento di Darwin dal darwinismo sociale e a parlare di infinita variazione sulla forma comune. Un pensiero che resta la miglior medicina contro ogni forma di razzismo”.

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