Teatro Magazine Martedì 5 ottobre 2004

Moni Ovadia scende a Principe

Magazine - I genovesi non ci stanno capendo più niente. In città appaiono “supposte d’oro grosse come un treno” (giuro che l’ho sentito con le mie orecchie da uno che passeggiava in piazza Fontane Marose), cartelloni strappati ad arte, torrette fatte di mattoni che vengono subito prese a martellate, e ora anche uno spettacolo alla stazione Principe. Non c’è proprio più religione. Ieri sera – lunedì 11 ottobre – uno dei molti “residenti notturni” della stazione si è avvicinato a me e, guardando , ha esclamato: «Un’artista?! A me quello lì mi sembra un drogato! Guarda che quello è tutto spinellato!». Così è iniziato lo spettacolo.

Il per eccellenza ha trasformato per una sera un luogo dove la gente passa e va in una platea, in un teatro. Opera straordinaria. Penso che abbia ragione Celant ad essere contento quando imbrattano le opere di sparse in città. Vuol dire che qualcosa si muove. Qualsiasi cosa si muova, agitare un po’ le acque è sempre importante. E così è stato anche ieri sera, con una vasta folla che ha invaso l’atrio superiore della stazione, accanto a quelli che nell’atrio stanno di casa, ma non avevano mai pensato di vederci arrivare un palco. Alcuni passano e vanno, ma la maggior parte si ferma, almeno per un minuto.

Ogni tanto irrompe un: "regionale 1235 da Genova Nervi per Savona delle 21 e 30 è in arrivo al primo binario sotterraneo", ma dopo un po’ anche quello diventa parte dello spettacolo. Ecco, lo spettacolo. Moni racconta e canta, accompagnato dal maestro Carlo Boccadoro al pianoforte. La serata è dedicata agli ebrei esiliati negli Stati Uniti e si intitola Di goldene Medine, la città d’oro.
Il nostro mattatore “ebreo bulgaro emigrato a Milano”, come dice lui stesso, inizia a raccontare. Tra aneddoti, canzoni e barzellette sui rabbini, cerca di farci capire la cultura di questo popolo perennemente in esilio, che «per un po’ è riuscito a realizzare in terra il sogno di un popolo unito, con la stessa cultura, la stessa lingua, ma senza confini né eserciti. Solo ebrei e zingari sono riusciti in questo miracolo».

La storia ha però condannato duramente i fautori di questo sogno terreno: gli ebrei scappano dalla notte dei tempi. Nel Novecento l’America è diventata la meta più ambita, luogo si speranze e di sogni. Molti sono stati realizzati, molti altri no. È impressionante il numero di persone di origine ebrea che si trova ai vertici in qualsiasi settore negli States, dai consiglieri di Bush – Wolfowitz e Perle – ai produttori cinematografici: «tutti, nessuno escluso, i fondatori di Hollywood, erano ebrei», dice Ovadia, «e chi meglio di loro, esiliati ma sempre speranzosi, poteva proporre quella miscela di buoni sentimenti e commedia?». E poi tantissimi compositori, poeti, da Gershwin a Leonard Cohen, Allen Ginsberg...

La cultura ebraica è un misto di tragedia e ironia, di pianto e riso: «è il riso che nasce dal pianto e il pianto che nasce dal riso», dice Moni. Ci canta una canzone struggente su una donna operaia che vede sfiorire la sua giovinezza in una fabbrica americana, e subito dopo un’irresistibile ballata rumena. Qualcuno di passaggio ora potrebbe dire che è anche ubriaco oltre che “spinellato” (!).

Infine dice: «ultimamente ho ricevuto molte ingiurie, ma quella che mi offende di più è quella secondo cui io sarei antiamericano. Non lo sono. Ma non possiamo amare l’America della guerra preventiva. Io voglio che si ritorni alla costituzione, dove sta scritto And justice for all. Giustizia per tutti».

Nella foto: Moni Ovadia e Carlo Boccadoro al piano

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