Magazine Venerdì 17 settembre 2004

Amore borghese

Magazine - Era una primavera e si alzava il vento all’improvviso, normale. Potevo permettermi di restare in giardino, dopo una separazione la figlia maggiore ne risente, lo dicono gli specialisti. E allora può comportarsi in maniera discutibile. Può fare cose che non sarebbero concesse. Fuori spiavo come al solito la casa di fronte e quelle laterali. Li vedevo a tavola (noi avevamo già mangiato? Sì, prosciutto e melone in fretta, avanti, che poi viene il babbo aveva detto lei finendo il vino e stappando la seconda bottiglia di un verde che rifletteva la luce del lampadario). Loro, quelli degli interni che spiavo mentre i miei discutevano trattenuti, loro, quegli estranei così belli, mangiavano e parlavano. Erano coppie, famiglie, non importava. Immaginavo case più piccole, senza forni a microonde ma con molti televisori, senza poster di Paul Klee (non so perché ma quando ero piccola li trovavo in tutte le case dei professionisti borghesi con una cornice bianca) ma con salami e peperoncino rosso e spinelli da passarsi e latte tiepido nelle bottiglie da bere a collo per sporcare il labbro superiore, e tenerezze fatte senza preoccuparsi di tirare le tende. O magari serate con una birra, su divani un po’ lisi di panno e non di pelle marrone - signorile con davanti bagliori catodici ma le mani strette, le gambe stese e la voglia di lasciare arrivare il sonno appoggiando la testa sulla spalla del compagno che percepisce il russare senza infastidirsi. Mio padre russava forte, me lo aveva detto mio fratello. Io non lo sapevo, non l’avevo mai sentito. Non sapevo se russava con la bocca aperta e se gli scivolava la testa, non sapevo se a volte aveva delle apnee. Non sapevo nulla, ma mi aveva raccontato che Grasse, vicino a Nizza è la città dei profumi, e che ad Avignone bisogna vedere il palazzo dei Papi, e che tornando dalla Francia bisogna fermarsi a prendere l’olio nel frantoio di Sant’Agata di Oneglia che è il migliore in assoluto. Mia madre l’aveva accompagnato, a volte. Mi domandavo se l’aveva fatto volentieri. Con amore. Amore? E poi guardando e rubando le immagini luminose e calde come alberi di natale dalle case vicine, cominciavo a capire che l’amore ha a che fare col cattivo gusto e col lasciare andare, non con il buon gusto. Non c’entra niente.

Io pensavo a coppie non sposate che giravano per i supermercati e compravano spumante, patatine fritte, birre scure e cioccolato e l’olio lo sceglievano senza pensare, magari il più economico. Io pensavo a coppie che sapevano litigare senza farsi del male, e che sapevano di farsi del male ma poi il ricordo era talmente dolente che si commuovevano fino a piangere in silenzio, magari nel bagno. Pensavo a queste cose, in giardino, quella volta a primavera. Una primavera modesta, dai colori delle uova, una primavera - naso che cola, senza identità. Entrando mi fecero sapere che il giorno scelto era il giovedì. Il babbo andò via lasciandomi tantissimi soldi che non ne avevo mai visti tutti insieme a dodici anni e disse che saremmo stati a pranzo da Fini a Modena, la seconda domenica del mese. Lasciò il sigaro spento ma non bastò a riempire la casa del suo odore.

Francesca Mazzucato

Nella foto: Francesca Mazzucato

di Laura Calevo

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