Magazine Venerdì 17 settembre 2004

Amore borghese

Era una primavera di quelle incestuose che fanno paura, una primavera indecente, che faceva sbocciare di tutto, miracoli compresi. Il babbo era passato. Il babbo era in quegli interni dei miei risvegli, del malumore del mattino, delle masturbazioni rapide prima di andare a scuola, dei fumetti rubati a mio fratello e letti seduta sulla tazza del cesso, tutti in una volta, interni che conosceva poco. Che aveva frequentato poco. Che non portavano addosso i suoi odori, anche il sigaro acceso e poi lasciato a metà parlando con la mamma con una moderata aggressività che non mascherava il fastidio, anche quel sigaro che fumava da sempre sembrava un estraneo, avrebbe potuto lasciarlo un promotore finanziario, un qualsiasi signore di mezza età passato e andato. Un amico di famiglia, il giardiniere, il padre di una mia compagna di scuola. Io rimasi per un po’ a guardare. In piedi. Poi scoppiò la claustrofobia. Arrivava sempre, a salvarmi, arrivava senza essere chiamata. Senz’aria, farfalline attorno alla lampada, il bisogno di aprire le finestre, mamma non respiro, mamma, devo uscire in giardino. Loro erano seduti sul divano in pelle che faceva tanto casa borghese e signorile, loro erano composti nel loro rancore sordo sul divano perbene comperato nel migliore negozio di Bologna e fatto rifoderare quando la nonna Licia, la mamma del babbo, obesa e nobildonna, aveva notato che la pelle era un po’ rovinata. Loro erano statue di cera. Immobili anche se gesticolavano, in silenzio anche se parlavano. Il babbo doveva stabilire gli orari, le norme per le visite, il tempo da passare con me e mio fratello.

Era a gambe incrociate su quella pelle marrone e sorseggiava adagio un bicchiere di bourbon dal colore di un paesaggio scozzese. Era lì per questo e la primavera, in fondo, non era da miracolo. Normale, fredda e calda insieme. A me faceva mancare l’aria, era un po’ vero e un po’ una finzione, ma almeno in giardino potevo piangere senza vergogna. Era passata una manciata di anni da quando accanto a lui sentivo una musica, una musica di fiaba. Una manciata di anni scivolati via. Consumati in fretta insieme a primavere di ogni tipo. La mamma invecchiava nel dolore quando riusciva a dimenticarsi del rancore con un buon bianco che non lasciava mai a metà. Mi domandavo se c’era stato mai amore fra loro, quell’amore che lascia il segno, anche il graffio, anche la frustata. Quell’amore che occupa interni meno signorili, case più popolari, magari in affitto, con la tappezzeria damascata e un po’ lisa e niente divano in pelle scamosciata marrone con poltrona coordinata. Mi chiedevo se c’era amore fra le persone che non conoscevano il vino Sauternes, e non avevano mai mangiato una grancevola o non erano mai stati in Provenza a comprare essenza di limone che poi nauseavano e facevano vomitare. Piace ai professionisti, agli avvocati comunisti coi vestiti su misura e la macchina potente la Provenza. La amano. E poi c’erano altre cose. Avevano queste fissazioni, i miei, e per un po’, da bambina, ho creduto che fossero manifestazioni d’amore e di buon gusto. Amore?



Francesca Mazzucato

Nella foto: Francesca Mazzucato
di Laura Calevo

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