Magazine Martedì 31 agosto 2004

Vietato porcheggiare l'auto

Ma che splendida giornata di sole! Oggi mi sono svegliata di buon mattino con vigorosi propositi ginnici: una bella e salutare passeggiata nel Parco Regionale del Monte di Portofino, per ricondurre la mia ipercioccolatemia a valori nella norma. (Ipercioccolatemia: eccesso di cioccolato nel sangue, N.d.R.). Questa sì che è un’oasi di pace: bellezza paesaggistica da togliere il fiato e insieme commovente esperienza para-mistica.
Il percorso è a tratti molto impegnativo, non si scherza appesi alle catene predisposte sulle rocce, con il mare laggiù in fondo alla scogliera: una piccola disattenzione potrebbe rovinare la gita e verosimilmente anche la mia permanente.

Amo questa terra, mi sento a casa su questi monti, ah! che pace guardare dall’alto la vastità blu di cielo e mare, camminare in mezzo ai corbezzoli coi rami carichi di frutti, rossi e polposi solo nelle fronde più inaccessibili e istantaneamente pensare “che bastardi i gitanti golosi, spero li prenda il cagotto che non verrà a me per la mancata indigestione”.
I sentieri sono curati, molto puliti, solo raramente vi si può trovare un corpo estraneo, come un fazzolettino di carta dal carattere introverso appallottolato nel verde: immagino un naso che cola, una folata di vento, e oops! Volato via. Non posso pensare che qualcuno getti deliberatamente un rifiuto in questo santuario di bellezza.
Qui no, ma al parcheggio si.

Il parcheggio è una terra di nessuno, un non-luogo, un’area con la vocazione di discarica dei rifiuti che la gente non vuole portare con sé in auto. Piccole cose, oggetti modesti, umili, dimessi, e non costerebbe nulla dargli un cortese passaggio verso la più vicina pattumiera. Improvvisamente questi poveri rifiuti si animano davanti al mio sguardo confuso, li sento chiamare per darmi le spiegazioni che trovo solo, e forse banalmente, nella maleducazione della gente: i rifiuti parlano, uno per volta, disciplinati, e mi raccontano le loro storie, animati dal desiderio di giustificare la loro presenza ai margini del Parco. Sono quasi tutti a disagio, si sentono fuori posto, avviliti.

Una busta rosa di salviette per neonato, vuota, tutta sgualcita in mezzo alle foglie e alla terra, mi dice che se ne stava tranquilla dentro al capiente cruscotto di una berlina di lusso quando si è trovata in mezzo al litigio di una coppia:
- nooo! ha cagato di nuovo! ma che cazzo, tuo figlio fa quintali di merda! dai, cambialo che partiamo, mi sono rotto i coglioni di tutto questo verde –
- ehi bello, guarda che è anche figlio tuo, sai? cambialo tu, e fai in fretta che piange da mezz’ora –
- vuoi scherzare? credi che non mi sia accorto che è sputato al salumiere? io non pulisco il culo al figlio del salumiere, è chiaro? –
Così la busta rosa dice che in un lampo era vuota, perché lui non era pratico di culetti ricolmi di cacca e pensava che le salviette umidificate facessero il lavoro al posto suo. A quel punto, vuota e inutile, la busta è stata scagliata per terra dall’uomo, carico di collera, che una volta a diciott’anni aveva persino votato Verdi, e adesso si malediceva per essersi cacciato in un guaio come quello, una moglie e un figlio, e montagne di cacca da spalare.

La busta rosa ora abbassa la voce e ha il tono sommesso di chi ricorda con rimpianto i tempi d’oro di sfolgorante lustro sugli scaffali del supermercato, ma viene rapidamente sostituita dal suono, che pare un gemito di piacere, di un preservativo usato. Mi dice, con la voce rotta dalla commozione, che la sua vita è stata un disastro: umiliato, mortificato da un incapace allupato. Pare che lui, un ragazzo che il sesso lo stava appena imparando, avesse estratto da una tasca dei pantaloni la bustina, staccandola maldestramente dalla gemella siamese, e al momento buono quando la ragazza gli era sembrata pronta per la penetrazione, e lo era già da un pezzo ma solo lui non se ne era accorto, insomma che aveva tirato fuori, nell’ordine, prima il suo esuberante membro e poi la bustina. Mentre lei lo accarezzava pregustando la promettente evoluzione degli avvenimenti, lui aveva estratto il condom ritardante per lui stimolante per lei, avveduta scelta a garanzia di strabilianti prestazioni, memore dell’ultima volta in cui lei era parsa un po’ seccata dal precoce evolversi degli eventi. Il primo maltrattamento subito dal condom avvenne durante il difficoltoso srotolamento, che il ragazzo attribuì con superbia alle dimensioni ragguardevoli del suo pene.



Betty Argento
di Laura Calevo

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