Magazine Venerdì 27 agosto 2004

Invito alla festa con delitto

Finalmente è arrivata l’occasione per parlare di Marco Vallarino (ancora) giovane autore del Uest Lighuria, di Imperia per la precisione, ma decisamente noto per avere pubblicato racconti praticamente ogni dove. Come per es. sul Secolo XIX, su diverse riviste e nelle antologie Città violenta (Addictions) con Pinketts, Macchiavelli, Salvatori, Cappi… L’orrore della guerra (Datanews) con Evangelisti, Scanner, Teodorani… Grande Macello (Stampa Alternativa) con Teodorani, Scanner, Lombardi e, ultima in ordine cronologico, Invito alla Festa con delitto (L’Unità), insieme a Lucarelli, Fois, Rigosi, Nerozzi, Pinketts, Salvatori, Cappi… che è allegata al quotidiano per un mese già da un paio di giorni e costa quattro euro.

Già dai titoli delle antologie si capisce l’orientamento, Vallarino parte con thriller venati di horror, che poi si stempera. Ma la matrice gotica, che deve essere nazionale oltre che anglosassone e sicuramente alligna nell’ambiente di provincia, affonda saldamente le radici praticamente in ogni suo lavoro.

È vero che la provincia ispira l’horror, cioè fa orrore?
«Più che altro lo ispira la noia. Quando non succede niente anche le peggiori tragedie diventano appetibili ma, siccome speriamo che nella realtà accadano cose migliori, le facciamo accadere nella fantasia, anche per scongiurarle o magari per metterci alla prova. Per la mia vita ho sempre in mente un lieto fine, per i miei racconti l’esatto contrario».

Come dire che quando scrivi una storia di paura, ti viene paura?
«Assolutamente no. Anche se è un po’ come fischiettare nel buio per non sentirsi soli, se il mio personaggio ha paura, almeno sono in buona compagnia».

Che vuol dire che non è quando scrivi che hai paura, ma quando non scrivi? E, se è così, di cosa?
«Del vuoto. Che spesso riesco a riempire solo con la fantasia, soprattutto per via dell’offerta limitatissima a ogni livello, culturale compreso, che offre il capoluogo del ponente ligure. Dacché ho smesso di credere che fare le quattro del mattino sia in qualche modo appagante – e non ci credo più da un po’- mi sono arrangiato in altri modi. Soprattutto lasciando libera la fantasia. Tra scrivere, pubblicare e presentare un racconto, preferisco sempre scriverlo. Secondo me il computer è veramente il miglior amico dell’uomo perché è lo specchio di Alice attraverso cui possiamo vedere e talvolta realizzare i nostri sogni».

Veniamo al sodo. Come lavori quando non fai il cassiere in un bar di lusso?
«Mi metto lì e penso. Tutto qui. Sono sempre in cerca di stimoli per storie nuove. Se non le trovo, mi metto lì e penso. Non mi muovo finché non ho trovato lo stimolo in me stesso. Non comincio mai una storia senza avere un buon inizio e un buon finale, quello che ci sta in mezzo è funzionale all’incipit e al finale, ma non è la parte più importante, viene da solo».

Finalmente hai scodellato un romanzo che dovrebbe uscire l’anno prossimo, hai voglia di parlarne o taci per scaramanzia?
«Parla di personaggi ordinari, in un contesto ordinario, che si trovano di fronte a eventi straordinari o quanto meno curiosi. È un giallo generazionale con tanto di storia di formazione di impianto classico. Ed è quasi completamente ambientato a Imperia, oltre che a Sanremo e Genova. Racconta i luoghi in cui sono nato e cresciuto e la dice lunga sul rapporto che ho con loro».

Epperò lì c’è il lieto fine, ti smentisci…
«Solo apparentemente. Se la mia vita finisse così ti giuro che sarei molto preoccupato. Però sicuramente nel capitolo ambientato in sala giochi mi divertirei anch’io».

Già, perché tu sei anche autore di videogiochi…
«Più precisamente di avventure testuali. Ho scritto la prima a dieci anni e il primo racconto a venti. A fine estate mi rimetterò al lavoro, mi piacerebbe uscire in contemporanea con il romanzo, una raccolta di racconti a cui sto lavorando da tempo e un’avventura nuova. Prendetela come una promessa, ma la promessa di un imperiese, quindi di un quasi marinaio…».

Nella foto: Marco Vallarino
di Antonella Viale

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