Magazine Mercoledì 25 agosto 2004

Quando Lolita salva la vita

“Nell’autunno del 1995, dopo aver dato le dimissioni dal mio ultimo incarico accademico, decisi di farmi un regalo e realizzare un sogno. Chiesi alle sette migliori studentesse che avevo di venire a casa mia il giovedì mattina per parlare di letteratura.”

Così comincia Leggere Lolita a Teheran, il romanzo di Azar Nafisi, insegnante iraniana oggi residente negli Stati Uniti. Questo l’incipit di un libro che, come dice l’autrice stessa, “non è una critica alla Repubblica islamica, ma una denuncia dell’essenza stessa di ogni totalitarismo”, un inno alla libertà di pensiero e di opinione.

Azar Nafisi viene da una famiglia di intellettuali illuminati, ha studiato in Europa e negli Stati Uniti e, al suo ritorno in patria, dopo la rivoluzione islamica, vede l’Iran piombare a poco a poco nell’oscurantismo, i diritti fondamentali repressi o cancellati, la violenza dilagare. È la dittatura dell’ayatollah Khomeini, il suo sogno antimperialista che riporta indietro il paese di anni. La scrittrice insegna all’università di Teheran in un momento estremamente delicato e cruciale per il futuro dell’Iran: gli integralisti islamici si contrappongono alla sinistra laica e ferve il dibattito sul nuovo assetto costituzionale dello stato.

Sono soprattutto i diritti delle donne ad essere messi in discussione, l’imposizione del velo, il ripristino dei nove anni come età minima per contrarre matrimonio. Tutte battaglie perse sotto gli occhi increduli e sbigottiti di uomini e donne moderni che non riescono a perdonarsi di “averglielo lasciato fare”.

E questa impotenza, questa rabbia repressa, attraversano il libro dalla prima all’ultima pagina. Azar Nafisi sceglie di lasciare l’università e di costruirsi un mondo a parte, riservato a lei e alle sue ragazze, un’oasi di libertà intellettuale dove parlare dei loro romanzi preferiti senza le censure imposte nelle aule. Madame Bovary, Lolita, Dasy Miller, Orgoglio e pregiudizio, il Grande Gasby sono considerati dal governo libri corrotti, decadenti, sovversivi e spariscono dalle librerie e dalle biblioteche. Queste donne fanno la loro resistenza silenziosa in un salotto di Teheran, continuando a leggere e studiare ciò che è proibito.

Il romanzo è una collezione di episodi di vita vissuta, di violenze fisiche e psicologiche subite ogni giorno da ciascuno e di antidoti, espedienti per sopravvivere, nonostante tutto. Come le perquisizioni per accertarsi che le ragazze non siano truccate, le punizioni per un rossetto nella borsetta, le ispezioni nelle case per sequestrare le antenne paraboliche.

Significativa l’immagine dell’insegnante di psicologia che si rifiuta di mettere il velo per varcare i cancelli dell’università. La guardia la blocca, si mettono a discutere. Inaspettatamente lei comincia a correre. E questa corsa è liberatoria, è come un grido che scarica una tensione. Ed è un episodio comico e tragico allo stesso tempo. La donna scappa, la guardia, ridicolmente, la segue fino all’ufficio del preside. E questi non può fare a meno di sorridere della scena.

Azar Nafisi mette in luce i drammi interiori dei propri personaggi e, naturalmente, anche i propri. Vuole sottolineare come persone di diversa estrazione sociale e diverse idee politiche siano accomunate da un disagio profondo che è dato dalla mancanza di libertà e dalle regole innaturali imposte dalla società. Cosa fare? Partire? Ma andarsene non è forse un segno di sconfitta, un abbandonare l’Iran al proprio destino?

La scrittrice lascia Teheran nel 1997 e si trasferisce negli Usa. La conclusione del romanzo è affidata alle parole di una delle sue allieve, Manna:

“Sono passati quasi cinque anni, da quando tutto è cominciato in una stanza luminosa di nubi, dove leggevamo Madame Bovary e mangiavamo cioccolatini da un piatto rosso come il vino, tutti i giovedì mattina. Dell’implacabile monotonia della vita quotidiana non è cambiato quasi nulla. Io invece sono cambiata, in un certo senso. Ogni mattina, quando sorge il solito sole, quando mi sveglio e mi metto il solito velo davanti al solito specchio per uscire e diventare ancora una volta parte di quella che chiamano realtà, penso anche a un’altra me, nuda, sulle pagine di un libro: in un mondo di fantasia, fissa e immobile come una statua di Rodin. E così rimarrò finchè mi terrete nei vostri occhi, cari lettori.”

E la parola che colpisce è quel “nuda”, che suona come una ribellione. Perché la libertà è anche uno stato mentale, un qualcosa che ciascuno si coltiva dentro. E non c’è dittatura che tenga.

Nella foto: la copertina del libro di Azar Nafisi
di Laura Calevo

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