Concerti Magazine Lunedì 23 agosto 2004

Italians do it better!

Magazine - Trascorrere tre giorni a Londra. In molti lo fanno approfittando, spesso, del weekend: magari non ci si azzarda a trattenersi di più in una città splendida, ma decisamente costosa. Ma alzi la mano chi è andato nella capitale britannica solo ed esclusivamente per assistere ad un concerto. Beh, io l’ho fatto e non me ne pento. Il concerto in questione non era un concerto qualsiasi, ma un evento: sto parlando del tour mondiale della regina del pop, la (ex) material girl che da ormai 20 anni suscita clamore in tutto il mondo.

Madonna è approdata nella “sua” Londra - città nella quale vive con tanto di prole da alcuni anni – mercoledì 18 agosto con il Re-Invention Tour. Ad attenderla all’Earl’s Court, palazzetto dello sport alla periferia della città, un foltissimo numero di ammiratori, molti dei quali parlavano italiano. Tra questi, anche io e il mio amico Luca. Tatticamente, abbiamo trovato posto in un alberghetto a 5 minuti dallo stadio: prezzo modico, pochi lussi e lampadine che, in camera, stentavano ad accendersi. Ma andava benissimo. Io conosco Londra piuttosto bene, ma per Luca era la prima volta: ce la siamo girata in lungo e in largo prima e dopo la serata fatale, quella in cui la cantante che con le sue canzonette ha colorato la mia adolescenza è salita sul palco.

Earl’s Court ha cominciato ad animarsi nel pomeriggio: i fan, che il giorno prima si aggiravano per Londra come normali turisti, indossavano ora magliette inneggianti alle capacità amatorie dei britannici (“Brits do it better”) e spalline di strass in evidenza sopra le t-shirt, simili a quelle che Madge - come la chiamano qui - avrebbe indossato durante il concerto ma, immagino, meno costose! Un po’ emozionati, io e Luca arriviamo davanti ai cancelli. Non c’è coda: tutti i posti sono numerati e si entra senza spintonarsi, non rovinando, così, i vestitini con i quali alcune ragazze imitano la “Madonna anni ’80” (quella platinata, con unghie laccate e gonna di tulle bianca su pantaloncini aderenti da ciclista…).

Lo spettacolo inizierà in ritardo, giusto per permettere alle celebrità di turno di raggiungere le loro sedie: arriva George Michael e poi Kylie Minogue, che attira verso di sé un nugolo di ragazzine impazzite. Io la vedo solo da lontano, ma decido di restare dove sono, abbastanza in alto da godermi al meglio lo spettacolo.
Poi le luci si spengono. Madonna non arriva subito, lasciando spazio ai filmati che saranno il filo conduttore di tutto lo show: immagini di video arte realizzate con maestria vengono proiettate su tre grandi schermi. Quando infine lei compare, le urla sono talmente assordanti che la si può solo vedere, bionda e vestita di un bustino aderente e hot pants neri. Ha 46 anni, la regina del pop, ma ne dimostra dieci di meno mentre si esibisce nei difficili esercizi tipici delle arti orientali.

Ma quello che più mi ha colpito è stato l’impegno sociale della cantante, che più volte ha usato la voce e, soprattutto, le immagini per gridare al mondo il suo odio per la guerra e per le decisioni di un Paese nel quale stenta a riconoscersi: “I’ts good to be home” (”È bello essere a casa”) grida Madonna, americana, al pubblico inglese.
Mentre Maddy canta American life si rincorrono, negli enormi schermi, immagini di guerra, di elicotteri che precedono ballerini vestiti da soldati e armati di mitra, di bambini impauriti. E poi la calma di Imagine, la canzone che Madonna sceglie per esprimere il suo desiderio di pace. Sugli schermi, persone le cui mani che si accarezzano e la foto di John Lennon, che quasi commuove. Poi un bambino palestinese e uno israeliano che corrono mano nella mano. Tanti applausi. Lei intanto canta, e bene. Viene anche il momento del puro divertimento di Music e Into the groove, con tanto di cornamuse e ballerini in kilt. Like e Prayer e Papa don’t preach sono un vero ritorno al passato, mentre Crazy for you è tutta per i fan, «che da tanti anni mi sostengono», dice Madonna.

Tutto finisce con Holiday. Luci e coriandoli su tutta la platea, poi si torna a casa. Con me porto tante emozioni e una gran voglia di “caffè nero italiano”, che tutti i bar di Londra promettono, ma ad una cifra sconvolgente. Vi consiglio, se proprio non ce la fate, il cappuccino che trovate nella bancarella AMT della stazione Victoria: ve lo servono in un tazzone di plastica "take away" con cioccolato e una gradevole cremina che quasi quasi somiglia alla nostra. Vi costerà 1.40 sterline (2.10 euro). Meglio che niente!

Nella foto in alto: l'Earl’s Court di Londra

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