Magazine Lunedì 16 agosto 2004

L'angolo della poesia

Magazine - Autore
Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5 maggio 1955. Ha pubblicato i libri di versi Il giornale dell'esule (Crocetti 1986), Gli angioli patrioti (Crocetti, 1988), Acquerugiole (Crocetti, 1990), Darsene il respiro (Fondazione Corrente, 1993), La devozione di stare (Anterem, 1994), Le arsure (LietoColle, 2004), e le plaquette L'impresario reo (Tam Tam, 1985) e Un cartone per la notte (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998).


Ha pubblicato
Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e su alcuni siti Web di poesia e letteratura. Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, P.V. Mengaldo, L. Canali, G. Gramigna. Fa parte del comitato di redazione della rivista Poesia edita da Crocetti.


La poesia

Con l’esilio in faccia ho perso l’apice
della marina appena dietro l’angolo.
In petto alle consegne delle aurore
nelle miniere di ghiaccio faccio braciere
il fato rivoluzionario: appendice più lunga
- perenne atleta perenne del moto
perpetuo tuo del dì nostro -
di ogni già stato compleanno.
Un altro tempo senza la misura
al rispetto di affresco con arcobaleno
dalla lena votiva della ruggine.


Il commento di Ivano Malcotti
Nulla contiene tanta vita come la confidenza con la morte: chi legge nel mistero della fine il disegno limitato della ragione, prende le distanze dal soffocamento dell’esistenza.
Marina Pizzi possiede il “cielo delle rondini” che riempe d’amore il raccolto dell’umanità, dipinge le illusioni che fioriscono nel rispetto della caducità del tempo; un tempo folle, impenetrabile, incivile e senza nessun movente.
Dall’autrice ci si aspetta una lampada per il sollievo terreno, un lume di forza contro la distruzione e lo sgretolamento del sogno e della favola umana. Ci si attende la fedeltà alle leggi radicali dell’amore o solamente della parola.
La ricchezza stilistica, le sfumature disinvolte non danno tregua al lettore, quasi prigioniero del verdetto finale dell’analisi poetica; la gioia della lettura imperversa nella fitta rete di simboli e stati d’animo aderenti al tempo e diretti all’immensità o nel microcosmo rarefatto di un ricordo.


...dice l’autore
«Per poter scrivere versi occorre essere veramente umili, fuori dalle mode, aderenti al tempo e ai tempi. La poesia è la grande civiltà dell'arte, la madre, ormai, misconosciuta o adulata per vanità di altri che, in realtà, non la possono possedere. Non si china all'hobby, mai. Si dà, ma non si possiede. E, poi, come attività "rivoluzionaria" non si insegna, né s'impara. Si coltiva, si ama di amore esclusivo pieno di grande pietà. È l'immensa povertà del ricco o la ricchezza del povero».


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