Magazine Martedì 10 agosto 2004

La jettatura

Per la serie "non solo Genova", ecco un racconto di , commediografo-drammaturgo siciliano, tratto dalla commedia brillante A jittatu'ra.


A Carmelo, dal viso cereo, il sudore grondava dalla fronte e gli inumidiva la camicia di flanella, da poco comprata dalla moglie Santuzza alla fiera del paese col ricavato della vendita di due grossissimi capponi, due galletti che, nati nella schiusa di marzo e castrati a giugno, in quel mese di settembre, giorno di fiera, già pesavano quattro chili ciascuno.

Il suo sguardo fissava il vuoto, cercava di intravedere colei che d'un colpo gli aveva tolto, quasi negato, il diritto di continuare a vivere quella serena e tranquilla vita nel suo paesino di Belmonte Mezzagno; tranquilla per modo di dire! Il lavoro nei campi lo impegnava dall'alba al tramonto: la vite da potare, il mandorlo, gli uliveti, preparare il semenzaio. La sera, stanco, doveva persino governare l'asino e la capretta "Concettina", così preferì chiamarla il giorno che l'acquistò da un allevatore di Santa Cristina, un paesino dei dintorni che conta pochissime anime. Sudava, sudava e bisbigliava terrorizzato: «Morirai domani alle 14,15! Domani», continuava a ripetere. Neanche 24 ore di tempo gli rimanevano oramai da vivere.

Santuzza dovette recarsi in chiesa per la messa di zio Lorenzo, era già passato un mese da poi che egli ebbe a lasciare il paese per andare all'altro mondo. Ma quale, di quei mondi a noi lontani, avrebbe potuto accogliere l'anima di quella persona greve e gretta di Lorenzo. Aspettò ancora un po'; poi, raccolte le forze rimastegli, si recò da compare Peppe a cercar conforto e a farsi aiutare ad organizzare, con l'umile stile che è dei poveri, i suoi oramai prossimi e presunti funerali. L'orologio della chiesa Madre batteva le 12 scandendo il ritmo del mezzogiorno. Da Peppi non rispondeva nessuno: bussò ancora, e ad aprire venne comare Minica con le maniche rimboccate; un vecchio e grande grembiule avvolgeva quell'esile figura di donna dai capelli trasandati, sempre indaffarata nelle pulizie domestiche, il primo premio se lo sarebbe certamente aggiudicato se don Giuseppe, il parroco del paese, oltre che per il miglior presepe avesse messo un premio per la casa più pulita. Appena aperta la porta, Minica si preoccupò subito del compare che era sudato e aveva un colorito strano. «Entri, compare, cosa le è successo? Che ha? Aspetti che chiamo Peppe, è ancora a letto il dormiglione!».

Carmelo si sedette tutto d'un peso sulla poltrona dal colore verde rame messa lì, in un angolo di quella stanza dal pavimento ancora umido e le sedie rivolte sul tavolo. Guardava continuamente il vecchio orologio da taschino, avrebbe voluto fermarle con tutta la forza dell'anima quelle lancette che incessantemente continuavano a battere il tempo.

«Compare Carmelo!», fece Peppe ancora morto di sonno. «Cosa vi è preso, per essere di buon mattino a casa mia?».
«Buon mattino!», ribatté la moglie adirata per quelle lunghe e continue dormite del marito.
«C'è gente che s'è già guadagnato il pane a quest'ora! Altro che buon mattino!». Peppe non le dava più ascolto, s'era abituato a quelle continue lagnanze della moglie.
«Su, compare, raccontatemi cosa vi è successo».
«Avreste dovuto vederla la 'gna Maruzza, quella vecchia fattucchiera», prese a narrare il compare terrorizzato: «Passava per strada un gatto. Solo miaooo fece il povero animale, e quella, guardandolo con l'occhio malefico, e chiamandolo perfida bestia, gli gridò che doveva morire. Sembrò un tuono, una macchina parve chiamata di proposito e zamt!!! Morì schiacciata, la povera bestia! Queste non sono fesserie compare, due giorni ho da vivere, oggi e domani!».

«Ma no, compare, cosa andate dicendo! Sarà stato il caso a volere che il gatto morisse; ma voi, voi che c'entrate in tutto questo?».
«Che c'entro, dite? Dovevate vederla, sembrava una pazza, mi guardò con quegli occhi che sembravano volessero uscire fuori dalle orbite, e, additandomi, mi chiamò citrullo e mi ha detto che morirò domani alle 14,15!».
«Certo, compare, non è bello sentirsi dire per strada che si hanno due giorni di vita, ma io che posso fare? Se potessi non una, ma due ve ne darei di mano».

Minica ascoltava pensierosa quella strana storia, poi pensò di intervenire. «Sentite che facciamo: lei, compare, quand'è che dovrebbe morire?».
«Domani, domani alle 14,15!», rispose il compare, quasi piangendo.
«Tu, Peppe, arriva alla camera del lavoro, e cerca di Concetta: si dice che ne sappia una più del diavolo, vediamo cosa ci consiglia per compare Carmelo».
«Cosa?», fece Peppe sbalordito, «io, alla camera del lavoro? Andare lì per farmi sentir dire che sono una sanguisuga, ma quando mai!»
«Non è che hanno torto!», fece compare, «non è che sia tanto corretto vivere alle spalle del prossimo!».

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