Un caffé al Porto con Philippe Daverio - Magazine

Un caffé al Porto con Philippe Daverio

Attualità Magazine Mercoledì 2 settembre 2020

di Daniele Miggino
Philippe Daverio
© facebook.com/ComunediGenova

Magazine - Qualche tempo fa, in una delle domeniche che mi vedono seduto tra spaghetti e tv per gustare l’ultima puntata di (l’unica trasmissione culturale che valga la pena di vedere, Rai Tre ore 13.20), ho visto Genova. Era il 2 maggio e Philippe Daverio - il conduttore - visitava tra le mostre del 2004, il , gironzolava per la città col suo solito papillon e l’inconfondibile accento. L’ho guardato come se non fossi mai stato a Genova, e devo dire che alla fine l'avrei voluta visitare... Deciso a scoprire se si trattasse di finzione televisiva o verità, ho chiamato lo stimato Philippe.

Che impressione le ha fatto la città? «So di dare una brutta notizia a voi genovesi, tutti figli di Mazzini, depressi cronici e con un’irrefrenabile inclinazione al mugugno, ma Genova mi ha fatto veramente un’ottima impressione. Soprattutto per un motivo: sta finalmente affrontando la scommessa della nostra penisola, si proietta nel futuro utilizzando i materiali del passato. Per anni è rimasta qualcosa di indefinibile. Oggi torna ad avere un ruolo preciso». E il 2004? Cosa pensa del programma? «Alcune cose sono veramente pregevoli, in testa». Sia Rubens, che la nuova mostra sulla a Palazzo Reale, ma anche il Museo del Mare con una sala dedicata ad Andrea Doria, guardano all’arte e a al passato attraverso la lente delle grandi famiglie nobili.

Cosa pensa di questa impostazione? «Sono vincenti le società in cui la classe al potere è capace di assorbire e lanciare messaggi culturali. D’altra parte, oggi siamo governati da una borghesia senza arte. L’esempio della Genova seicentesca dovrebbe quindi essere compreso e seguito. Si potrebbe fare un parallelo con l’Olanda dell’epoca - paese simbolo del connubio tra potere e cultura - anche se lassù c’era un oligarchia borghese e non un’aristocrazia. Siccome la storia e i suoi dati sono utili soprattutto se si può trarre qualche insegnamento per il futuro, io penso che quello lanciato dalle mostre citate sia un bell’esempio, che l’Italia dovrebbe seguire anche oggi».

Sul sito della sua trasmissione si legge che Genova potrebbe ricordare una Manhattan del Meditterano. In che senso? «È già un’altra Manhattan, basta pensare alla stazione Marittima, all’Hotel Miramare che sta alla sue spalle, alla stazione Principe. C’è un’atmosfera e una vita decisamente simile. Genova ha una vocazione bizzarra. Per ovvie ragioni geologiche, non ha hinterland. La vostra gente non ha mai potuto capire quanto sia più comodo abitare leggermente fuori porta, come invece è successo a Venezia. Per questo è rimasta intimamente marinara. C’è solo una grande questione che non riesco a sciogliere, la sopraelevata. Togliendola si riacquisterebbe senza dubbio un legame tra ripa maris e porto. Ma quando mi sono ritrovato seduto ad un baretto carino, vicino all’acqua, con la gente che passeggiava, i bambini che si divertivano sotto la sopraelevata, con la città antica sullo sfondo, ho pensato che non era poi così male. Molto postmoderno. Forse io opterei per una riqualificazione tecnica della struttura, non per un abbattimento».

Facciamo qualche passo più in là dal baretto dove era seduto e arriviamo al Museo del Mare. Il 31 luglio finalmente apre i battenti. Che cosa l’ha colpita e cosa le ha lasciato? «Mi ha colpito l’antico edificio (il Galata N.d.R) e il suo futuro impiego. Se tutto va come deve andare avrà un grande successo. Così a Genova non si verrà solo per l’ (il che è molto limitante). Dentro ci sono delle vere chicche. La galea è favolosa. Certo, dovrebbe dare uno sguardo completo sull’universo del mare, rappresentare la vita del porto, anche l’imbarco dei galeotti. Proprio sul tema dei galeotti ci sono due quadri splendidi di Magnasco a Bordeaux. Sarebbe bello chiederli in prestito per un paio d’anni».

Si dibatte molto sulla possibilità (e sull'opportunità) che Genova diventi città d’arte, e su cosa debba puntare nel dopo 2004. Lei come la vede? «Intanto bisogna chiarire un equivoco. Io sto facendo una personale battaglia perché le città d’arte non proliferino. Inorridisco al pensiero che i nostri nipoti facciano tutti i guardiani di qualche museo. Il nostro paese ha le qualità per offrire condizioni di vita insostituibili. Bisogna formare la nostra superiorità sul recupero del passato, sulla qualità della vita».

Praticamente, cosa vuol dire a Genova? «Che potrà ospitare centri direzionali di grandi aziende mondiali, centri di ricerca, convegni, aree di alta dirigenza. Non si può accontentarsi di rimanere gestori di un patrimonio, anche se di enorme valore». Insomma, una specie di grande "stanza dei bottoni" dove si vive bene? «Esatto».

Nella foto: Philippe Daverio