A La Merica, il paese dei balocchi - Magazine

Teatro Magazine Mercoledì 14 luglio 2004

A La Merica, il paese dei balocchi

Magazine - Ci si imbarca su un traghetto al Porto Antico o a Pegli.
Si fa un piacevole giro nel porto industriale e, per chi è più fortunato, si può assistere all’atterraggio o al decollo in diretta di più voli.
La promenade notturna sul mare conduce a Sestri Ponente. Ma lo spettacolo comincia già sul battello. È Rosina la prima migrante che si incontra. Non ancora diciottenne, ma già donna, si è messa in viaggio spinta dalla madre e all’insaputa del babbo. Una giovane esuberante, dall’accento toscano a cui è stato raccomandato di conservare il “tesoro”, ma che dice: “Io mica me lo voglio tenere per me quel tesoro là. Lo voglio dare a qualcuno che profuma”. La Rosina, di Ilaria Pardini, è estremamente convincente. Ti strappa il sorriso, suscitando quell'emozione che si rivolge spesso a certe ragazzine dallo sfrenato entusiasmo. La Pardini è dentro al suo personaggio con grande intensità. Ne comunica la purezza, l’innamoramento per la vita, per il sognare, per il rischio che porta al riscatto: “Ci voglio mandare una foto alla mia mamma. Una foto con la mia casetta”.

Accorete, accorete. Vi ci mando io e con piacere a quel paese.
Si va a La Merica. Il paese dei balocchi, dove altro non si fa se non baloccarsi. Accorete accorete, e fate in fretta, che vi mando all’altro mondo e cosa volete di più.

Il sogno americano era diverso e uguale per tutti. Era l’idea di andare a stare meglio che faceva partire, lasciando gli affetti e quelle poche certezze culturali dell’epoca. Qualcuno partiva per ricongiungersi, ritrovare un marito o un padre, poi c’erano i cosiddetti stagionali, scissi tra due culture completamente diverse, che non stavano bene né qua né là.
L'america era un simbolo: una majorette.

Il viaggio in terza classe era un massacro annunciato, soprattutto per i bambini. Lo sbarco era ristretto a pochi, ma buoni. Cinicamente esclusi: storpi, malati, anziani o persone ancora giovani ma in cattivo stato.

Lo spettacolo del Teatro Cargo racconta queste ed altre storie di persone semplici, in parte già note: una storia recuperata a partire da documenti concreti, custoditi nell’Archivio Storico di Scrittura Popolare dell’Università di Genova. Per lo più lettere che testimoniano, nell’uso della lingua e nei racconti, le vicende degli emigranti. Lo sviluppo procede per quadri, che si svolgono lungo la narrazione del viaggio: dalle procedure d'imbarco, attraverso i momenti emblematici del viaggio stesso (la distribuzione del cibo, la divisione tra maschi e femmine per la sistemazione notturna, i momenti di festa e svago, gli incidenti, le tensioni, la scrittura delle lettere).

Gli spettatori sono chiamati a partecipare, ma in pochi riescono a comprendere l’importanza d’interagire per la buona riuscita dello spettacolo stesso. Troppo spesso la distanza codificata tra spettatore e attore supera così potentemente quella fisica dei pochi centimetri, che gli attori sono costretti ad esortare gli intervenuti con un diretto: “Potete parlare, eh?”

Sarà difetto di buona educazione, eccessivo "saper stare al proprio posto", o paura, fatto sta che l'incantesimo che imbambola e imbavaglia il pubblico si estingue solo in occasione della stesura delle lettere. "Sai scrivere?", chiedono Don Giustino(Matteo Chioatto), Jony Parodi (Marco Pasquinucci) e Gino (Aldo Ottobrino). E allora con un semplice gesto - scambio di un lapis e di un foglietto color seppia - si arriva all'intimo rapporto tra viaggiatori, alla solidarietà tanto ricercata, alla condivisione dei pensieri, all'immersione in una lingua e in una cultura che fu.

Proprio la lettura diretta delle lettere o i monologhi sono i momenti più appasionanti, più riusciti e emotivamente coinvolgenti. Il Bartolo di Maurizio Sguotti ci restituisce oralmente la sua lettera al padrone, presso cui prestava servizio prima della partenza. Raccontando la sua drammatica storia, confessando il dolore vissuto, che ha provocato lacrime sul suo volto di uomo, chiedendo perdono e di essere riassunto, Bartolo si spacca in due e ci apre un varco nei costumi del passato e nel suo più intimo sentire.

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