A teatro nel monastero Valle Christi - Magazine

Teatro Magazine Martedì 13 luglio 2004

A teatro nel monastero Valle Christi

Magazine - Da tre anni qualcosa si muove a Rapallo.
Veramente più che qualcosa, qualcuno.
Qualcuno cerca un palcoscenico e non trovandolo se l’è creato.
Quel qualcuno si chiama: Kiara Pipino. Architetto con una forte passione per il teatro: quello inglese e i musical.

Quest’anno l’energia e la tenacia di Kiara con la collaborazione di altri - tra cui Gian Maria Bonino, musicista e già direttore artistico di altri festival e Paola Dossena, coreografa di formazione scaligera - altrettanto appassionati all’idea di creare una manifestazione importante, hanno messo in piedi il primo . Ospitata nel complesso monumentale di Valle Christi di Rapallo appunto, la rassegna – dal 15 luglio al 24 agosto - propone un cartellone in cui alle produzioni proprie si affiancano le proposte di alcuni tra i più importanti artisti italiani, il tutto alternato da eventi musicali.



Ci racconti la partenza della tua iniziativa?
Mi sono inventata il Festival due anni fa, ma le radici sono anche più lontane: già da alcuni anni Rapallo è sede di eventi teatrali a carattere sperimentale. Solo da due però si è deciso di adottare, come sede permanente, il complesso monastico di Valle Christi.
Essendo architetto, all’inizio avevo messo insieme un gruppo di giovani, provenienti dal Master in Architettura per lo Spettacolo e alcuni studenti del Drama Department del Goldsmiths College dell’Università di Londra. La convenzione con il college londinese è durata appunto due anni, con due produzioni all’anno. Il monastero come palcoscenico è cosa più recente, risale all’anno scorso.
Architetto, direttrice artistica, regista… Ci racconti brevemente chi sei?
Dopo la laurea, per un anno, ho avuto un contratto di ricerca alla facoltà di architettura. Ho messo in piedi una convenzione con l’università di Londra, su consiglio di Brunetto Debatté, quindi sono entrata nel Politeama Genovese.
Rispetto al teatro sono un’autodidatta: ho fatto qualche stage (uno alla S. Martin’s School of Art and Design - Londra, uno, da cui sono scappata in fretta, al Drama Department di Yale; uno qui a Genova con la compagnia francese la Mezzanine) e ho visto tanto teatro in Inghilterra. Ho anche scritto un romanzo: Stranamente (Sovera Multimedia Editore – Roma).
Oggi collaboro con la facoltà di Lettere dell’Università di Genova. Con loro ho iniziato un discorso più complesso e più corposo. L’anno prossimo per esempio avrò un modulo di insegnamento di 10 ore, per Scenografia antica all’interno del corso di Margherita Rubino di Drammaturgia dell’antichità.
Quindi il Festival di quest’anno è…?
Una scommessa economica e di pubblico con dieci spettacoli in cartellone. Un programma impegnativo per un’idea piuttosto innovativa: rispetto agli altri Festival rivieraschi, noi assocciamo grandi nomi, in una sezione “grandi maestri”, che quest’anno vede protagonisti Foà e Albertazzi (doveva esserci anche Franca Rame, assente per motivi di salute), a proposte sempre autorevoli ma più giovani come è il caso della Medea di Elisabetta Pozzi e le nostre produzioni. Diciamo così: volevo un palcoscenico e me lo sono creato!
Le nostre produzioni coinvolgono i giovani (selezionati con provino nelle scuole di recitazione genovesi), gli forniscono un palcoscenico prestigioso su cui hanno l’opportunità di mettersi in gioco.
Oltre che direttrice artistica, sei regista e selezioni i testi per gli spettacoli. Quale teatro proponi?
Sono molto anglofona. Amo i testi. Mi ispiro ai musical, ma faccio spettacoli di prosa. Amo il teatro di regia, tipo Peter Brook, ma resto legata al discorso visivo del tipo impostato dallo scenografo Svoboda, che pesava molto sulla regia. Sballo per la visualità di un musical come Lion King, ma preferisco fare una mediazione tra interpretazione e attualizzazione del testo. La mia cifra è restare tra il serio e il faceto, non annoiare il pubblico costringendolo a stare seduto tre ore di fila. Associo all’approccio visuale, un’indagine dei personaggi tesa a trasporre le loro visioni all’esterno. Quello che voglio creare è un organismo complesso, fatto di: recitazione, musica e balletto; un organismo che possa variare il tema della rappresentazione, salvaguardando i testi e la loro estetica.
Quale futuro per te, per il monastero di Valle Christi e per il Festival?
Proseguo l’impegno nel teatro e mi occuperò dell’ufficio stampa del Politeama Genovese. Per il monastero ho stipulato una convenzione con il Comune che mi permette di andare avanti e sperare di consolidare il posto come luogo spettacolare. Il Festival, l’anno prossimo, si rivolgerà per la prima volta alla Francia e alle sue compagnie giovani.

e-mail:

Potrebbe interessarti anche: , Giudizio Universale: la Cappella Sistina secondo Marco Balich , Artisti e progetti vincitori di #UBU40 accanto a quelli di Hystrio, Rete Critica e ANCT , Turandot: la trama dell'opera, tra un principe pirlone e donne con scarsa autostima , Acqua di colonia: il colonialismo italiano secondo Frosini/Timpano , Dall'Olanda il teatro-incontro in Perhaps All The Dragons dei Berlin