Magazine Teatro Carlo Felice Martedì 16 gennaio 2001

Pier Luigi Pizzi a mentelocale

Magazine - Ho trovato Pier Luigi Pizzi a mentelocale, era lì, seduto sulla mitica poltroncina “Tatlin” rossa, nell’attesa di conversare con i pochi amici, ma buoni, della Società di Letture e Conversazioni Scientifiche. Pizzi è molto vivace, nonostante il suo mezzo secolo di teatro. Quando gli chiedo di scattare qualche foto mi incoraggia e si mette in posa: con occhiali, senza, sorridente, serio. “Scattiamo, scattiamo” è il suo motto e io improvviso un servizio fotografico e poi lo seguo nella stanzetta dove si sta per svolgere la conversazione sul tema “mettere in scena l’arte”.
La premessa è: “non ce n'ho voglia”, cioè Pizzi è in vena di confidenze, non si è preparato per parlare in pubblico, per approfondire un tema piuttosto che un altro. E' qui per chiacchierare, in vista del debutto al Carlo Felice dei Puritani. E così incomincia a raccontarsi, scherzando con chi fa suonare i cellulari e raccontando Genova, negli anni cinquanta quando lui era ragazzo e…
“Ho iniziato qui a Genova, al teatro Tommaseo, dopo aver partecipato come mimo al "Riccardo II", con la regia di Giorgio Strehler che in quel momento, forse, stava dando il meglio di sé. Appena usciti dalla guerra si sentiva la necessità di fare un teatro nuovo, di dedicarsi alla cultura. In quel momento vivevo a Milano, facevo architettura al Politecnico e amavo il teatro: decisi di dedicarmi alla scenografia. Non ho mai fatto scuole, né accademie ma ho incominciato con la volontà di inventarmi un mestiere che mi appassionasse.
Nulla mi è stato regalato e per iniziare mi sono opposto anche alla famiglia, soprattutto a mio padre, che considerava il mio voler essere scenografo come un colpo di testa. E' come se gli avessi detto di voler fare il trapezista o il mangiafuoco, con tutto il rispetto per queste professioni. Naturalmente dopo un po’si è rassegnato e ha accettato il mio lavoro, però senza mai commentare. Solo quando è morto ho scoperto che in tutti quegli anni da osservatore silenzioso aveva conservato ogni pubblicazione mi riguardasse. Ricordo questa scoperta come un momento felice ma anche molto triste, pieno di malinconia, come ne capitano spesso tra genitori e figli, quando c’è il pudore di esprimere i propri sentimenti.
Negli anni cinquanta c’era un modo di fare teatro che definirei romantico, le famiglie si tramandavano l’arte di fare le scene. Si creavano delle corporazioni molto unite, che avevano come unico scopo quello di far nascere uno spettacolo. Oggi sembra che tutto si faccia senza un obiettivo, lo spettacolo da realizzare è l’ultima cosa che interressa. Di felice nel teatro di questa città c’è solo Carlo, lassù nel suo corpo di pietra. Mi pare che la protagonista delle scene sia la tristezza. I teatri sono “freddi”e non solo a causa dell’areazione che tento continuamente di regolare per non stuzzicare la mia cervicale. L’arte non circola, c’è il problema del livellamento, della mancanza progressiva di curiosità. Per quanto mi riguarda nei cinquecento spettacoli e forse più, che ho creato, mi basterebbe sapere di aver lasciato una traccia in qualcuno, per sapere che non ho buttato via il mio tempo.
La sala è ormai calda, il pubblico freme, le domande incominciano a volare sopra le teste dei presenti. Alcuni interventi sono chiari e sintetici altri durano lunghissimi minuti, durante i quali gli astanti fanno amicizia, si guardano i cappotti vicendevolmente, tossiscono…ma Pizzi è paziente continua la sua avventura rispondendo a tutti.
Ma è un problema di Genova, essere così “tristemente teatrale”?
No, Genova non c’entra e neppure i suoi abitanti. Potrei dare un titolo a questa chiacchierata “Genova, città aperta”. Oggi mi è capitato di parlare con il sindaco e mi è sembrato molto disponibile, cordiale. Io sto con quei genovesi che esigono che si facciano dei buoni lavori.
Ci può dare qualche anticipazione sui Puritani?
Non ci penso nemmeno, tradirei uno degli elementi fondamentali del teatro: la sorpresa. Posso dirvi che la scenografia non è illustrativa ma concettuale: aiuta a esprimere un sentimento e vuole aiutare i cantanti ad essere i personaggi.
Come giudica il Carlo Felice?
La sala è orrenda. Non riesco a provare emozione ed è un ostacolo molto difficile da superare. Ho imparato da Wagner che tutta la concentrazione deve andare sullo spettacolo, sulla scena, mentre la sala del Carlo Felice distrae il pubblico, con i suoi materiali diversissimi: ferro, marmo, legno…e poi quei balconcini. Ogni volta li nascondo e anche se mi venisse voglia di utilizzarli non potrei, perché sono impraticabili.
Quando ritornerà a Genova?
Chi vivrà vedrà. Dei progetti esistono ma non hanno ancora una conferma per cui non ne parlo.

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