Magazine Martedì 29 giugno 2004

C'è Lou Reed in Tv



È come guardare la Nazionale al bar. Senza i cori, però.
Sul maxischermo, Lou Reed legge poesie. Intorno a me, nel foyer della Corte, qualche decina di persone: siamo dei parvati, dei senza casta ritardatari cronici, che non hanno avuto accesso alla sala. Perciò, siamo tenuti a cuccia nell’ingresso.
Noi reietti guardiamo torvi chi, in virtù di sconosciuti privilegi, penetra nell’alcova della star, osando perfino uscirvi e poi rientrarvi più volte, sbeffeggiandoci, spero inconsapevolmente.
L’attenzione rivolta allo schermo, purtroppo, è discontinua. Mi arrovello per trovare un èscamotage: l’istinto da fiera braccata è quello di Eastwood in Fuga da Alcatraz. Gli accessi sono piantonati da un paio di massicci individui. Ma più dei muscoli è la freddezza di uno smilzo Cerbero in giacca e cravatta a frenare ogni tentativo.
Mi rassegno e mi dedico affranta a Mr.Reed in differita.

Introdotto dalla Pivano, Lou(igi) entra vestito come un papà della domenica pomeriggio, con una maglietta incerta e quelli che sembrano essere i pantaloni di una tuta in acetato molto costosa.
Però è lì. È lui. Un corpo ed un viso che sono diventati un simbolo: i solchi intorno alla bocca ed i ricci scuri arrivano dalla notte dei tempi del rock, dall’epoca orgiastica degli happenings multimediali di Warhol, dai lustrini del travestitismo androgino degli anni ’70.
La sua anima scura si sposa con i versi dannati di Edgar Allan Poe, uno che, a detta sua (e quindi ci si può fidare), non è certo un ragazzo della porta accanto: il libro di poesie di Reed si intitola non a caso The Raven. La copertina è di un inquieto rosso vivo, vi campeggia un corvo nero che è come una macchia di inchiostro in un lago di sangue.
La voce di Lou è quella che ben conosciamo: la pronuncia è roboante, il timbro cavernoso, suadente. I versi risultano fortemente onomatopeici, arricchiti dal suono naturale del suo accento. Parte di questa musicalità si perde nella traduzione italiana (The Hop-Frog diventa Il Ranocchio Salterino), comunque molto apprezzabile, grazie anche alla resa che ne fa l’interprete.
Le atmosfere cupe e decadenti di Poe si coprono di un nuovo smalto, calate in contesti metropolitani ed asfissianti, in cui la biblioteca de Il Corvo, dove viene rievocata la defunta Eleonore, diventa uno squallido appartamento con bottiglie di scotch infilate nel lavandino.

Mi intrattengo col fido Pa.C., esperto di rock 70’s. In uno sgualcito manuale di informatica cela il booklet di Loaded: “È il più brutto lavoro dei Velvet Underground, l’ho comprato apposta per farmelo autografare, anche se ce l’avevo già, ma non qui a Genova. Lo tengo qui dentro, così non lo vede nessuno, altrimenti la gente pensa che non capisco niente di musica”.
Iniziamo una digressione sulla storia musicale di Lou Reed, mentre i lebbrosi del foyer mostrano segni di nervosismo e qualcuno abbandona.
Pa.C. mi sconvolge una volta di più, citandomi perfino il nome del locale di Londra in cui Andy Warhol ha scoperto i Velvet: “Il loro miglior disco è il primo, quello con la banana per intenderci, del ’67. C’erano John Cale e Nico, la tedesca. Lei stava con Brian Jones degli Stones, no? In più, tra Jagger e Warhol c’era una storia. Quindi loro due erano a Londra, e i Velvet suonavano lì: ormai non li voleva più nessuno, testi troppo osceni, erano davvero trasgressivi. Per questo sono piaciuti a Andy. E li ha infilati nelle sue ammucchiate. Li ha prodotti, a patto di imporgli lo styling e di far entrare Nico nel gruppo. Lei si è messa con Cale. E quando se ne sono andati, la band ha perso in qualità”. Un bignami deluso dall’impossibilità di incontrare il mito. "Da solista, Reed non mi piace granché. Negli anni ’80, ha vissuto di rendita. Però i Velvet…".
Finiscono le letture. Lou riceve una medaglia dal comitato di GeNova04 e se ne va, applauditissimo.
Sfolliamo, mischiati agli eletti che scivolano fuori dalla sala rovente. Un’occasione persa. E neanche una fischiatina di Perfect day.

di Stefania Pilu

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