Magazine Martedì 29 giugno 2004

Too late per Lou Reed

“Che serata di gala/Un pubblico magico e in ghingheri/affolla il teatro per assistere/a un dramma di speranze e paure/mentre l’orchestra a tratti sincopati/dà fiato alla musica delle sfere…”
Inizia così il recital di poesie di Lou Reed. Too late, arrivo troppo tardi per riuscire ad entrare, per riuscire a sedermi, almeno un centinaio di posti sono riservati, ma il Teatro della Corte pensa di bene di installare un proiettore nella hall. E mi siedo a vedere Lou Reed, un’icona del rock americano. Lou Reed, ispiratore anche di Andy Wahrol ci dice Fernanda Pivano, invitata da Pozzani a presentare questo ospite importante per il .
La Pivano apre le braccia, così come le stringe intorno a sé per ringraziare un pubblico che la ama. Lei che ci ha portato la cultura americana, lei che ha amato le nostre “creuze de ma” e il suo cantore.
Nanda e Pozzani aspettano Lou. “Lou, Lou” – grida lei – ma lui appare dall’altra parte della scena. Magliettina, occhiali da vista che più volte sistema sul naso. Il leggio e un sorriso altero. Sguardo alto di chi dice: ora ascoltate: “Ecco i racconti di Edgar Allan Poe, non proprio il ragazzo della porta accanto”. La traduzione, interpretata e accentuata nelle pause e nei suoni, nelle urla e nei sussurri, o nei versi da ranocchio, ce la legge il bravo Andrea Nicolini.

The Raven, il Corvo. È questa l’opera da cui Lou Reed sta leggendo, tratta dal musical Poetry .
Si alternano nella lettura i lamenti: “o giorno tormentato ancora mi giungono le note” o il suono di un nome che assomiglia a un cane che abbaia: “Roderick – grida Reed – Roderick, nessuna magia dalla musica ti staccherà”. E poi le ripetizioni ansiose e anestetizzanti fino ad essere accennate e strascicate come un lamento: why didnt’ you call on me? Why didnt’ you call on me? Why didnt’ you call on me? O ancora (su spunto di un Eraclito dal pessimismo leopardiano?): “the only thing constantly changing is change, and change is always for the worse”. Nicolini si appassiona ai testi. Sono testi lunghi, li deve rendere suoi, in una lingua altra che, come ci dice il titolo di un film recente, qualcosa è lost in translation. O qualcosa si aggiunge per renderne il suono o la musicalità. Io ho il libro con me, edito da Minimum Fax, famosa per molti di noi per le opere di Raymond Carver. E il traduttore di The Raven è proprio Riccardo Duranti che di Carter sta traducendo l’opera omnia.

Cosa si perde nella traduzione di questo recital di poesie che ieri sera non ha avuto interruzioni, né commenti né interventi, ma letture in fila, come se ad ascoltare, o, per me, in maniera filtrata da un video, fosse già molto?
Si perde questo, sentitene il suono: “we grow sick and dizzy” oppure quel “I can’t look you in the eyeeyeeye” che suona come un ahi ahi ahi visto che il tema di quel pezzo è la colpa. Guilty è quel eyeeyeeye, un ammonimento, “Colpevole - colpevole di tutte le accuse”. È vero ha ragione Lou Reed, Poe, per le sue ossessioni è davvero in sintonia con i nostri tempi. O forse sono i corsi e ricorsi storici a farci avere “sempre una gran passione proprio per la cosa sbagliata”.
Salutiamo quindi a “younger man now getting old”, lo salutiamo con il grifo di cui Anna Castellano a fine serata gli fa omaggio a nome della città. Ritorna la Pivano che stringe l’applauso finale di un pubblico tra le sue braccia.

Marina Giardina

Nella foto: Lou Reed
di Laura Calevo

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