Magazine Venerdì 25 giugno 2004

Soyinka al Festival di Poesia

Robo dial, robo dial… non so se si scriva esattamente cosi… ma provate a ripeterlo dentro di voi e avrete la voce di , ieri sera, mercoledì 23 giugno, ospite di .
La mia opera (my task dice Soyinka, e in questa parola viene fuori l’idea del compito e della missione di uno scrittore), possa la mia opera eclissare la violenza, “muscoli e spade”, perché è una “cancrena” che “penetra nei lombi”. Perché la nazione di Soyinka è stata privata di molto - ci dice - e perché "la democrazia in Africa è uno stato di dittatura, e noi protestiamo questa tendenza perché abbiamo visto eventi concreti". E allora è evidente che alla domanda se si sente uno scrittore africano o uno scrittore tout court, non si possa non pensare che, seppur elementi della tragedia greca, di Shakespeare, dell’Ulisse di Joyce siano presenti nella sua opera, Soyinka sia anche e soprattutto uno scrittore che non può dimenticare le sue radici culturali.

Certo, uno scrittore – dichiara – ha affinità stilistiche e tematiche con altri scrittori. Racconta di un episodio divertente accaduto in Inghilterra, mentre andava in biblioteca. Avvicinandosi alla sezione giapponese, a lungo si era chiesto cosa fosse questo teatro del No (dal No e Kabuki del teatro giapponese). E io mi chiedo: si può fare proprio il teatro di un’altra cultura, il teatro del No come teatro di protesta? Strano gioco di parole…

«E in qualche modo» aggiunge «la drammaturgia africana può prendere anche dalla commedia dell’arte di Arlecchino». Le maschere africane possono riprendere una cultura a metà tra la cerimonia e il rituale, soprattutto quando sono strumento della verità dei personaggi, «perché la maschera è una parte della matrice intera della cultura». Può prendere anche da Pinocchio? Qualcuno chiede in sala. «Pinocchio, già» dice Soyinka «qualcuno che è portato avanti dagli eventi».

Ci piace concludere con alcuni versi della sua raccolta che Soyinka pronuncia con la sua voce fatta come di note morbide, e che Pozzani ci legge in traduzione: «Sentii lo scrosciare della sabbia (…) e riconobbi il tuo passo (…) profumati di terra e di sterco (…) riconosco nel tuo passo il mio…»
«Cerco la quiete di molte compagnie (…) l’insorgere delle nostre radici gigantesche»

La tranquillità e la serenità di un Premio Nobel. Di un uomo che ha rischiato la pena di morte solo per dire ciò che pensava. Ma che ancora si definisce "ottimista, seppur realista".

Marina Giardina

Nella foto: Wole Soyinka
di Laura Calevo

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