Concerti Magazine Lunedì 21 giugno 2004

Anvedi come canta Vasco

Il concerto di Vasco a Marassi. Ovvero, l’apogeo, il culmine, la magniloquente pomposità dell’arte della bossa.
Ingredienti: pochi euri in saccoccia, casa di un parente molto stretto situata a pochi metri dall’ingresso dei distinti, stadio esaurito in ogni ordine di posti, grande accondiscendenza di qualche addetto ai cancelli, aria mafiosa ma sorniona del suddetto.
Intuisco l’ingresso del Blasco, udendo un boato che fa tremare - senza esagerazioni - i vetri del salotto, e dopo aver teso l’orecchio e l’occhio dal balcone per cogliere i frammenti di Buoni o cattivi, Stupendo e Sally, sfidando le zanzare e dribblando il nervosismo di una cugina accartocciatasi sulla tastiera di un pc nel tentativo di concludere la tesina dell’esame di maturità, la Banda delle Portoghesi si invola in una via Casata Centuriona appestata dagli scavi fognari da poco iniziati e soffocata da centinaia e centinaia di bottiglie vuote, testimonianza di bivacchi alcolici da poco terminati. Intorno allo stadio, decine di banchetti di merchandising non ufficiale e camioncini untuosi di porchetta e piadine. Sulla facciata dello stadio rivolta verso via Marasco, è stata srotolata un’immensa tovaglia su cui la faccia del Rossi si accompagna al nome della società di telefonia mobile che gira tutta intorno a tehh.

Senza crederci troppo, si tenta e, magicamente, si riesce: dopo un’ora scarsa di esibizione, mettiamo piede dentro il perimetro del Ferraris. Scompaio di corsa nel labirinto di corridoi che ne articolano il ventre e sbuco in curva sud: il colpo d’occhio mozza il fiato.
Decine di migliaia di persone in adorazione di un puntino che si muove all’altezza della nord: la silhouette imbolsita di Vasco, fasciato in una discutibile camicia fiorita, diventa una e trina quando si ripete sui tre maxischermi, la scissione tra la realtà del palco e la finzione televisiva delle riprese è affascinante. Una facciata di luci stroboscopiche multicolori ne accentua l’effetto. Lo stadio rigurgita il salmo di Domenica lunatica: il rito voodoo mi contagia all’istante e senza rendermene conto ho le braccia per aria e grido quanto sia simpatica questa do-menicah!.
Il prato è stracolmo, gli ordini superiori delle tribune trattengono a stento l’entusiasmo della folla: c’è chi è arrivato fin dalla terra di Zocca, per rendere omaggio al dio della vita spericolata.

È una cavalcata a spron battuto: C’è chi dice no, Vivere, Un senso, Stupido hotel, Brava, Siamo soli, Gli spari sopra, Brava Giulia, Siamo solo noi, Dormi dormi, fino a Bollicine che, come durante il concerto del 1999, sempre a Marassi, mi ha dato una scossa elettrica fino alla radice dei capelli: uno dei testi più insulsi di Vasco, ma - paradossalmente - una delle canzoni che meglio rispecchiano la sua parentesi anni ’80, con quei rimandi canzonatori ai must dell’epoca. Ce l’ha fatta cantare tutta, un po' per riprendere fiato, un po' per godersi lo spettacolo, sorridente, da dietro le lenti scure ed il cappuccio di una felpa arancione simile a quella della copertina dell’ultimo cd.
Un ricordo intenso di Massimo Riva, poi almeno cinque ole, cori da finale di coppa e Albachiara, inevitabile: e l’alba è davvero esplosa, quando lo stadio intero, spente le lucciole degli accendini, si è teso, in uno spasimo, verso il suo profeta che, come Mandrake, è scomparso tra un tara-ra-ra e l’altro.
Le luci accese di Marassi sanciscono il termine della funzione, andiamo in pace.

Un’indicibile marea umana sommerge cors De Stefanis, bloccando il traffico, creando ingorghi, intasando i bar ed i forni aperti per l’occasione, deviando le tratte dei bus.
Rientriamo alla base, giusto in tempo per soccorrere la maturanda in guerra con una stampante. Mi chiede resoconti ed io la accontento, raccontandole di un santone validissimo cantore delle umane semplicità, ma con una gran faccia da schiaffi.

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