Magazine Venerdì 18 giugno 2004

Un universo fatto di poesia

Il è tornato; oggi, giovedì 17 giugno, ha ritrovato i suoi numerosi fans dopo l’arrivederci dello scorso anno dove si promisero, per quest’anno 2004, grandi cose. Oggi il mantenimento di quelle promesse è ancora in corso: il 10° Festival Internazionale della Poesia si presenta infatti come un cantiere edile aperto.
Un cartello avverte: "lavori di manutenzione straordinaria per la ricostruzione poetica dell’universo". Davvero una grande cosa.

I lavori poetici iniziano con e la sua poesia, la sua ricerca nelle parole di una nuova musicalità, di scrittore del caos: così ad un certo punto si definisce Sanguineti, intervistato da Giuliano Galletta, che si vede spiritosamente nelle vesti di una "Milly Carlucci con la panza". Anzi G. Galletta, antico studente di Sanguineti professore di Lettere, gli dedica un "ventirighe", che poi si scoprono di più, per ricordargli di essere un sanguinetiano, "seppur tendente a Marx, inteso come Groucho, e restando cronista di provincia, per quel che vale"…

Io di Sanguineti aggiungerei la faccia, la sua mimica formata da un naso e un mento notevoli, tanto da farlo sembrare una strega o l’icona della befana; perché dire questo? Perché parlare di un volto dove di scena dovrebbe essere solo la poesia? La parola che descrive la realtà? Ma quale realtà ci sarebbe se non incontrasse la fisicità? E allora vediamo che tutto torna, poiché quella strega e befana (senza voler mancare di rispetto) ci incanta e regala doni nuovi: ci fa riscoprire la poesia nell’ingenua riproposizione del parlare comune frammisto a musica. Aggiungo questo poiché prima di ascoltarlo stasera ero stato nel suo , dove in un percorso intrigante e pieno di suggestione Sanguineti espone i pensieri, parole, foto, forme e appunto la sua immagine in una marionetta e in una pubblicità. La sua fisicità la trovo dunque importante.

Questa sera alle 21 e qualche minuto, dopo l’omaggio del sindaco Pericu del Grifo d’oro, importante riconoscimento cittadino e dopo la presentazione da parte del padrone di casa, , del geometra artefice dell’impalcatura che fa da scenografia -anche i geometri fanno cultura - si passa subito ai suoni estremi, dell’amico di Sanguineti, con la soprano Susanne Kelling che recita alcuni brani di una Sequenza per voce sola. Sono 8 minuti di vocalità intensa, dal sospiro all’urlo, gorgheggio, preghiera, risate e cicaleccio; la sequenza è una strada d’affanni e ritmo. Si prosegue dopo con la performance sonora di Stefano Scodanibbio; anche qui si ascolta una sequenza musicale eccezionale - è l’ultima scritta dal maestro Berio. I suoni della nostra contemporaneità vengono riprodotti da uno spartito pieno di brividi. A mio parere quel Berio potrebbe essere un Picasso della musica, perché c’è nella composizione un informale che racconta tutta la storia musicale.
Ho trovato divertente poi come Sanguineti ricorderà Luciano Berio, nella lettura di un suo scritto, in una frase volante: “Un rutto, come dice Luciano, è come aprire una porta”…

Ma poi come si fa a raccontare tutto? C’è ancora da ricordare un altro grande amico di Sanguineti, con cui ha intrattenuto un intenso rapporto, Enrico Baj. E allora ecco ancora parole e musica; ecco ancora la cultura alta e profonda che viene raccontata come un coacervo di parole quotidiane moderne e antiche; un "voglio dire" ripetuto che acquista nuovo valore: è nel lamento funebre per Berio e che dire ancora? La parola Genova. Sì, Genova in sei lettere dell’Alfabeto apocalittico chiude una serata che ha aperto alla grande il Festival Internazionale della Poesia. Bravo Claudio Pozzani.

Giorgio Boratto

Nella foto: Edoardo Sanguineti
di Daniele Miggino

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