Magazine Martedì 15 giugno 2004

Dinamo Piramo

Magazine - Sapete, diceva spesso Piramo ai suoi, riparare una bici non è poi un lavoro così difficile, ma va affrontato nel modo giusto. Se vi si rompe la macchina o lo scooter non c’è niente da fare: dovete andare dal meccanico e fidarvi di lui. Ma per la bici il discorso è diverso: con un po’ di coraggio e amor proprio potete fidarvi soltanto di voi stessi e fare tutto da soli. Beh, all’inizio magari sembrerà un po’ complicato, ma poi, poi cambiare una camera d’aria, tirare un raggio, regolare i freni diventeranno operazioni semplici. E vi daranno una gran soddisfazione.

Parlava spesso di una sorta di medicina della bicicletta. In una bicicletta ogni cosa è collegata ad un’altra e questa ad un’altra ancora, proprio come nel corpo umano. Ad esempio il cavo del cambio corre dentro una guaina che parte dal manubrio e arriva giù in prossimità della catena attraversando il telaio intero della bici, passando dentro di esso, come una lunga terminazione nervosa e trasportando la volontà del ciclista di mettere un rapporto più agile in prossimità di una salita o più duro per macinare velocità in pianura. Basta un piccolo attrito, un nodo a quel sottile cavetto d’acciaio intrecciato per creare ritardi e incomprensioni. E ingranare il rapportone in una salita come via Caffaro potrebbe essere fatale. E le camere d’aria? Un vero e proprio apparato digerente. Voi non crederete mai quanto sia delicato montare una camera d’aria. Beh, i ciclisti più esperti sono in grado di sostituirne una in cinque minuti cinque, ma non si tratta soltanto di alloggiare una ciambella di gomma vulcanizzata dentro un copertone. È necessaria una certa pazienza e destrezza nel togliere il copertone dal cerchio, estrarne la camera forata come un budello, ripulire accuratamente l’interno del copertone per rimuovere eventuali corpi estranei (tra i quali probabilmente anche quello che ha causato la foratura) e poi inserire la nuova incominciando dalla valvola e poi di seguito tutto il resto (i più bravi sanno fare il tutto con un cucchiaio da cucina), fino alla tanto agognata gonfiatura finale. Ma se non si è prestata la giusta attenzione è in quel momento che se ne pagheranno le conseguenze. L’aria che invade nuovamente la ruota crea nuovi equilibri, ristabilisce le forme, si interroga sui contenuti e sui contenenti. I primi dieci secondi sono fondamentali. Dopo dieci secondi di una ruota di bici appena gonfiata può accadere qualsiasi cosa. Può restarsene lì buona buona attaccata alla vostra bici e restarci per centinaia, anche migliaia di chilometri. A posto. Oppure può sgonfiarsi subito, se il chiodo o la causa della foratura non sono stati rimossi, e vi toccherà di rifare tutto daccapo. Può, invece, e questo è il caso peggiore, far finta di reggere e poi sgonfiarsi lentamente. Molto lentamente. E voi ripartite tranquilli e poi vi ritrovate a piedi esattamente a metà strada.

Ma una delle cose più belle e magiche, raccontava Piramo, è la dinamo. La dinamo si installa di solito sulla ruota anteriore. Una piccola linguetta e un meccanismo a molla consentono di inserirla o no per illuminare, vedere ed essere visti la notte. La dinamo è un vero miracolo. È una piccola cosa, della forma di solito di una piccola pera o forse di un cacio, con sulla cima un rotore zigrinato che, una volta inserito, aderisce al pneumatico in movimento. Da questo movimento, discontinua e provvisoria come quella di un cinematografo, nasce la luce. La dinamo compie la magia di trasformare il moto in luce, irreversibilmente. Voi non potete immaginare la sensazione di appagamento che si ha nel vedere quella luce che si proietta davanti a sé e illumina la strada, quella luce instabile più forte ad una pedalata e più debole a un’altra, generata completamente da sé stessi, senza l’aiuto di pile o altro. Sembra che davvero la bici apra i suoi occhi sulla sera.

Quanti ricordi con quel piccolo aggeggio. Come quando, a quindici anni, Piramo tornava in bici dall’allenamento del pallone e spesso dava un passaggio al suo amico Lollo. Solo che Lollo non voleva subito andarsene a casa. Voleva prima fare un giro alla CoReFeM. C’era lì vicino al campo di calcio, lungo l’argine del fiume, una zona nota come “La CoReFeM”. CoReFeM letteralmente significava “Consorzio Realizzazione Ferrovia a Monte”.
Era, la CoReFeM, un cantiere enorme, dove un giorno sarebbe sorta la nuova ferrovia. Ma i lavori andavano per le lunghe e non se ne sapeva più nulla, quella ferrovia non arrivava mai, figuriamoci il treno.

Leggi anche gli episodi e

Giacomo Revelli

di Laura Calevo

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