Un mese di Coronavirus: vivere e lavorare a un passo da Codogno - Lodi

Un mese di Coronavirus: vivere e lavorare a un passo da Codogno

Attualità Lodi Lunedì 23 marzo 2020

L' ospedale da campo realizzato dall' esrcito americano nel piazzale dell'ospedale di Cremona
© Elena Pagliarini
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Pubblichiamo in questa pagina il racconto sofferto di Laura, infermiera che vive e lavora in un paese del lodigiano a soli 7 chilometri da Codogno. Come la sua vita è cambiata radicalmente in sole 24 ore. Cara amica ti scrivo….

Lodi - Qui a Maleo (Lodi) la situazione è brutta, molto brutta, e la gente muore continuamente. Tutto è cominciato un mese fa quando è stato identificato il Paziente 1 a Codogno. Era un sabato mattina come tanti (il 22 febbraio), me lo ricordo, sono uscita per recarmi al lavoro, la prima ordinanza era già stata emanata, ma per il momento la situazione era quella di tutti i giorni. La sera rientro a casa, la tv ci tempesta di notizie allarmanti, ma ancora in paese non c è nulla di diverso, nessuna chiusura, niente posti di blocco. Resto incollata alla tv per seguire gli aggiornamenti e rispondo al telefono a chi mi chiede cosa stia succedendo…. ma io non so cosa sta succedendo! C’è questo virus che dalla Cina sembra sia arrivato fino qui, ma in paese siamo tutti tranquilli, nessuno ha fatto un viaggio in Cina e nessuno ha avuto contatti con cinesi.

Lunedì mattina mi sveglio e nel giro di poche ore la situazione precipita: viene chiuso tutto, le serrande abbassate, non passano più pullman e treni perché siamo in zona rossa quindi infetti. Nel giro di poche ore il paese diventa uno scenario di guerra: polizia, carabinieri e militari a ogni entrata/uscita del paese, poche persone in giro e tutti con la mascherina. La mia libertà in 24 ore si è dissolta, non posso più fare nulla, mi manca persino il poter andare a fare la spesa. Ricevo in continuazione telefonate e messaggi dove tutti mi chiedono se conosco il contagiato, se è davvero tutto chiuso, se davvero non posso più muovermi e tutto questo aumenta la mia ansia perché mi fa capire che fuori dalla zona rossa c'è la vita normale, che oltre il posto di blocco la gente continua a vivere come sempre.

Cerco di reagire: decido di riempire il tempo cucinando e nei giorni seguenti ritrovo la cuoca che era nascosta in me. La cosa strana è che lo faccio con piacere, mi piace impastare, mi piace vedere Sara (mia figlia) che cucina insieme a me, mi piacciono i suoi complimenti per quello che ho preparato. Insieme a lei mi invento dei simpatici segnalibri da regalare agli amici quando finirà la quarantena in casa. Si ride, si pranza e si cena insieme, è bellissimo e mi ritrovo a pensare che questa quarantena non è poi così male. Ma mi sbaglio. Mi rendo conto che non posso più vedere i miei amici, che non posso più vedere mia madre, ma la cosa più brutta è che la gente comincia a morire.

Muore il papà della mia amica del cuore e io non posso starle vicino, possiamo solo piangere insieme al telefono. Muore il mio medico di base, un gigante buono, una persona umile, buona e spiritosissima che quando uscivo dallo studio mi dava sempre un bacio: non lo vedrò più. Muore il mio benzinaio, muore suo fratello, muore la barista, muoiono…. muoiono…. muoiono tutti. L’angoscia è anche per come muoiono: soli, nessun parente, non una parola di conforto, non un sorriso, non una carezza. Intanto aumenta il numero di casi positivi: una mia amica, il fratello, i figli.

E poi c è il mio lavoro (ndr: dopo la quarantena Laura è tornata al lavoro a San Bassano, in provincia di Cremona), niente a confronto di quello che fanno medici e infermieri, penso alla mia cara amica Elena, infermiera che accoglie le persone al Triage allestito in un tendone fuori dal Pronto Soccorso di Cremona, proprio lei diventata famosa per quello scatto virale mentre sfinita si addormenta su un mucchio di lenzuola. Sono ausiliaria al centro diurno che è stato chiuso, quindi presto servizio nei reparti dove serve personale in sostituzione, perché quello ufficiale è stato decimato e vivo con la paura di portare a casa il maledetto virus.

Nonostante questo però, non mi sento di mettermi in malattia, perchè i miei nonnini non hanno più nessuno che possa andare a trovarli per via del decreto. Mi guardano e io una carezza e un sorriso non lo nego a nessuno e loro mi prendono la mano in segno di gratitudine: troppo spesso ci dimentichiamo di quanto un piccolo gesto possa far stare meglio una persona. I primi giorni al lavoro non abbiamo nemmeno le mascherine adeguate, è successo tutto troppo in fretta, quelle che abbiamo sono leggere come un fazzoletto e ne dobbiamo mettere due, una sopra all'altra, così come dobbiamo mettere due paia di guanti. Nella stessa mattina mi trovo a lavorare in 3 reparti diversi, in uno di questi ci sono 18 casi in isolamento e 4 positivi al Coronavirus accertati. Anche a loro ho cercato di non far mancare un sorriso, una parola di conforto, una battuta spiritosa. La paura però è sempre nella tua testa e per tutto il turno non vedi l'ora di tornare a casa perchè adesso quello è l'unico posto dove ti senti al sicuro, la tua piccola isola felice.

Adesso siamo passati dalla doppia mascherina al camice con cuffia e occhiali di protezione, più aumentano i presidi di protezione più è palpabile la sensazione di lavorare e di vivere con il Coronavirus che mi soffia sul collo, la notte fatico ad addormentarmi e mi sveglio ancor prima che suoni la sveglia.

Amo fare lunghe camminate e la mia compagna di avventure che non vedo ormai da un mese, mi ha appena chiamata per dirmi che suo padre è ricoverato per il Coronavirus. Non posso fare altro che rincuorarla, dirle che andrà tutto bene... ma andrà tutto bene? A volte faccio fatica ad essere positiva, perché qui la gente continua a morire, in solitudine, non li vestono nemmeno più, li mettono nelle bare direttamente col lenzuolo, tanto non avranno neppure un funerale decente. Muoiono i trentenni tanto quanto gli ottantenni, muoiono gli italiani tanto quanto gli stranieri, muoiono i sani tanto quanto gli obesi, i diabetici, i malati di cuore, anche se ogni volta cerchiamo di esorcizzare il fatto accampando queste patologie come scusa, come per dire a noi stessi io sto bene, a me non succederà.

La gente che non rispetta la quarantena non immagina neppure lontanamente cosa sta succedendo qui: io domani tornerò al lavoro e dispenserò sorrisi e carezze come ogni giorno, ma vi assicuro che a volte avrei solo voglia di piangere.

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