Weekend La Spezia Lunedì 9 marzo 2015

Cinque Terre: storia di amore e fatica

© Birger Hoppe/Flickr.com

Genova - Le Cinque Terre, chi non le conosce e, soprattutto, chi non le ama. Dovessi scegliere un simbolo distintivo di questa parte di costa ligure, punterei il dito sui muretti a secco. Perché sono caratteristici, perché danno un ordine geometrico ad un paesaggio che senza di essi apparirebbe brado, perché sono belli, e tutto questo senza dimenticarne l’utilità (per ottenere spazio, per contenere il terreno sempre propenso alla discesa, per accogliere la vigna). Sono così utili e belli, pensate, che leggiamo essere imitati perfino in Cina, e si sa quanto dalle parti della Grande Muraglia c'acchiappino in quanto a roba da copiare!

Però, il muretto a secco non lo dà Madre Natura; è il sudore della schiena che si curva mentre il sole le batte sopra, a farlo nascere. Prima, devi preparare la piana che sia la più pari possibile, e già questa non è cosa da poco. Poi devi procurarti i sassi. Essercene, ce ne sono tanti, ma sarebbe sbagliato pensare che basta chinare una mano e raccoglierli. Devono essere della stessa grandezza, più o meno; sufficientemente regolari; non avere eccessive spigolature che, una volta collocati, ne minino la stabilità. Ho sempre pensato che l’idea del puzzle nasca da lì, dalla pazienza di trovare la tessera giusta da incastrare nel castone giusto.

Ma una volta che l’hai fatto, il muretto non è ancora finito. Siccome restano dei buchi, è cosa inevitabile, in ogni feritoia devi inserire il pietrisco che raccogli da terra, che deve colmare, non tappare ché altrimenti la prima pioggia degna di questo nome dilava, rompe e spazza via. A lato, metterai delle belle pietre piatte e sottili che fuoriescano e facciano da scaletta senza rubare spazio che non basta mai quando è così poco. Poi, non smettere la manutenzione, tanta cura ci vuole.

Io non sono mai andato al Guvano, la spiaggia dei nudisti fra Corniglia e Vernazza. Ci si può arrivare dall’alto via terra, ma non avevo voglia di camminare. Preferivo prendere una barca e da Corniglia, dove stavamo al mare d’estate, avanti a forza di remo. Doppiata la punta, puntavo la valletta del Guvano, che vista dal mare fa innamorare. Però, a quel punto, riposavo il braccio, sollevavo la mano per cacciare il sudore e alzavo lo sguardo.

La vista andava a luoghi che era dalla fine della guerra che non conoscevano la mano dell’uomo. La vegetazione era invasiva, il panorama sconvolto, l’ordine del lavoro di secoli ridotto ad ammasso di sterpaglia, mota in caduta libera, ciaponi vaganti. Sentivo una fitta di dispiacere, preferivo fare marcia indietro.

Ecco perché non sono mai andato al Guvano: troppo pigro per camminare; troppo triste per continuare. In quei posti abbandonati non hai perso solo una possibilità di lavoro, che già è cosa importante. Hai smarrito, e forse è anche qualche cosa di più, un’identità che ti apparteneva. Senza sapere da dove si viene, non è facile sapere dove si va.

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