Concerti La Spezia Lunedì 27 luglio 2009

Moby al Lucca Summer Festival

Genova - C'è chi va dicendo che lo si ama oppure lo si odia. Così, senza mezzi termini. Sicuramente ad apprezzarlo siamo in tanti.
Moby ha portato, sabato 25 luglio 2009, nell’ambito di quel gioiello estivo che è il Lucca Summer Festival, nell’accogliente cittadina toscana e con la cornice suggestiva dell’ottocentesca piazza Napoleone, il suo Wait for me Tour, prima di continuare in giro per l’Europa e, poi, riattraversare l’Atlantico (lunedì 27 è atteso a Montecarlo per lo Sporting Summer Festival).

Richard Melville Hall (ma solo sui documenti) in realtà è conosciuto da tutti (a parte le fedelissime che urlavano dalle prime file «Richard, we love you!») col nome d'arte che lo ricollega, grazie ad una felice idea materna, all’illustre pro zio Herman, scrittore e poeta seminale degli U.S.A. dell’’800.
Indubbiamente, tra il pubblico che gremiva la piazza (riempitasi abbastanza pigramente), o meglio che la agitava in maniera scatenata, dubbi ce n’erano davvero pochi.
Quello che talvolta è stato definito sbrigativamente un ometto piccolo e calvo (e certo il look non è da star hollywoodiana) è un folletto saltellante su e giù per il palco, sempre alla ricerca del massimo contatto possibile col suo pubblico.

Parla, tenta un dialogo non facilissimo, perché a volte un po’ limitato da uno slang troppo stretto, ringrazia, sorride, lancia messaggi politici, come l’annunciare con grande piacere che gli U.S.A. hanno un nuovo presidente e George W. Bush è stato rimandato in Texas.
Moby è un artista poliedrico e sempre al passo coi tempi, talora un pochino più avanti, ma sempre con un orecchio ben attento ai risvolti del passato.
Non so se gli piaccia più sviare e/o sconcertare i critici e gli ascoltatori in genere, ma la sua musica, a mio avviso, è tra le più contemporanee in circolazione.
Il gruppo che ne supporta le intuizioni è quasi una all woman band; l’unico uomo è il batterista che (sarà per questo?) picchia i tamburi come un forsennato, aiutato nel tenere il ritmo alto dalla bionda bassista Svet.

Gli piace mixare (non scordando mai la sua attività di deejay che svolge tuttora con una certa continuità) e mis-celare in un pentolone ribollente, un melting pot sui generis, diversi stili, a volte neanche troppo omogenei, altre, decisamente opposti.
Un brano parte come una suite elettronica, non priva di maestosità, apparentemente lenta, per trasformarsi in un battibaleno in un sound para trip hop o house.
Considerato un’icona dell’elettronica, porta in scena gli archi - due violiniste - e, spesso, si mette lui stesso a picchiare sui tamburi.

Le voci femminili sono, da sempre, una caratteristica basilare del suo modo di far musica e questa volta le cantanti sono due. La prima, Joy Malcolm, è londinese con studi classici, ma, a tutti gli effetti, una classica black magic woman, per dire un po’ Aretha, un po’ Chaka Khan, vocalist dalle grandi collaborazioni da George Benson agli Incognito. Non poche anche le sue frequentazioni italiane, ivi compreso la presenza insieme ad Eros Ramazzotti nel suo Stile Libero Tour del 2001-2002, per cui non è una sorpresa il suo spiegare, parlando in italiano, le buone qualità della cucina italiana, dagli spaghetti alle vongole alla pizza, «ma è pericolosa per la linea».
La seconda, in mini tubino nero e scarpe dal tacco alto (che abbandonerà a metà concerto per agevolare, a piedi nudi, le sue danze sfrenate) è Kelli Scarr, newyorchese, ma bianca e dalla voce più eterea. Front–girl dei Moonraker, una creativa crossover band bostoniana, ben conosciuta in ambito indipendente, fa, in decisa alternanza con la Malcolm, un po’ la Bjork della situazione, anche senza raggiungerne le vette.

Certo i brani del concerto che trascinano più sono quelli dei due suoi album, a mio parere più riusciti, Play del 1999 e 18 del 2001.
Dal primo, soprattutto Why Does My Heart Feel So Bad e Porcelain, senza dimenticare quella gemma che è Natural Blues, una rivisitazione rimixata di un brano folk degli anni ’30 di Vera Hall e salvata dalle / nelle famose registrazioni del benemerito Alan Lomax.
Del secondo sono come sempre da brividi Extreme Ways e In My Heart. Avvincente la sua cover version del monumentale Walk on the Wild Side di Lou Reed, che, da newyorchese, definisce la più bella canzone made in N.Y.
A completare la scaletta non son pochi i brani dal recente Wait for me Tour, in decisa crescita dopo un paio di uscite forse non all’altezza, e Go, che ricorda come suo primo singolo.

In definitiva, il concerto non lascia un attimo di respiro, passando da brani à la techno a ballads in bilico tra la canzone d’autore elettrica e il quasi folk, da atmosfere trance a picchi impreziositi dagli assolo nerissimi ed intensamente blues e soul-funk della Malcolm, finendo con un inno alla disco del 2000, in una piazza che da un’ora e mezza si era già trasformata in una vera e travolgente dance-hall all’aperto.

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