Concerti La Spezia Venerdì 15 giugno 2007

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Genova - Interessante questa demo degli spezzini June Miller. Un gruppo che fra le proprie influenze cita - molto appropriatamente - gruppi come (i primi) Karate, gli Appleseed Cast ed i Mineral. Da questi il combo in questione prende a prestito una cospicua porzione del proprio sound, che risulta perciò schiettamente ispirato a quell’emo quasi totalmente svincolato dalle matrici hardcore, che bands come Cap’nJazz, Sunny Day Real Estate e American Football (tanto per restare in casa Kinsella) aiutarono a portare in voga, ormai più di dieci anni or sono, e che legioni di epigoni fecero germogliare in patria come all’estero.

Per chi non fosse avvezzo a questo genere di sonorità, si possono riassumere in questo modo: tappeti armonici costruiti dalle chitarre attraverso arpeggi e frasi che si fondono l’una con l’altra, con ampio ricorso a legature ed incastri, e che suggeriscono un’atmosfera trasognata ed (appunto) emotiva; una predilezione per le progressioni maggiori e le ridondanze, atte a tessere una trama musicale compatta ma dalle maglie larghe, dacché molti arpeggi, presi singolarmente, sono in effetti piuttosto minimali e rarefatti (e quindi largamente interdipendenti). Per quanto riguarda la sezione ritmica, un basso per lo più elementare con funzione di collante armonico piuttosto che ritmico, e la batteria come vero elemento dinamico, spesso impegnata in tempi dispari, crescendo ed accentazioni che sfiorano il jazz (si pensi appunto a gruppi come American Football o Cap’n Jazz, con questa caratteristica esplicitata già a partire dal moniker).

L’ascolto di questo tre tracce rivela un buon livello tecnico e compositivo per gli spezzini (nonché un’ottima registrazione), che suonano puliti e concisi, e mostrano di avere una buona confidenza con il genere e di cavarsela bene in tutte le sue sfumature e micro-stili. L’omaggio quasi-plagio a This, Plus Slow Song dei Karate (augurandoci che il gruppo si auguri che gli ascoltatori lo colgano: è bene non giocare sull’ignoranza della gente) mosso dall’apripista Better than Virginia Wolf, traccia che si muove appunto fra i solchi dei bostoniani e che mantiene in parte la loro distinta anima più classicamente rock all’interno del panorama emo: i June Miller ne semplificano la progressione (ottenendo un effetto quasi pinkfloydiano) ed aumentano la complessità delle arpeggiature, per poi proseguire a modo loro: fra muri di distorsioni chitarristiche ben calibrate, brevi inserti noise tanto adrenalinici quanto composti, e un’attitudine canzonettara che li distingue più chiaramente da Geoff Farina e (ex-) soci.

Sterza decisamente verso l’emo liminiare al pop-punk la seconda, Invisible Lion, traccia di buona fattura che porta alla mente gruppi come Promise Ring, Jimmy Eat World e buona parte della kinsello-grafia meno iconoclasta; accattivante il ritornello con le sue vocals sciroppose (come dicono gli americani) e davvero buona la costruzione, le parti strumentali laborlimate e mai invasive, il tiro convincente unito ad una certa compostezza ed eleganza.
A chiudere, i Miller si cimentano con lo strumentale, un altro dei canoni tipici del genere, e lo fanno a modo loro, aprendo il gain in maniera inaspettata, più consona ad un pezzo cantato; a tratti comunque prevedibile e non molto incisiva (sui tempi dimezzati è necessario, secondo me, suonare meno freddi), questa traccia finale esemplifica, attraverso la sua assenza, anche l’importanza (e il buon lavoro) della voce di Fede nell’economia del sound del gruppo.

In conclusione, un buon lavoro che saprà entusiasmare gli appassionati del genere, da una band strumentalmente molto dotata che dovrà però munirsi di maggiore personalità per poter risaltare all’interno di una scena, quella indipendente italiana, che è, ai fatti, sempre più competitiva.

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