Sarzana: Fusini racconta la Woolf - La Spezia

Libri La Spezia Lunedì 4 settembre 2006

Sarzana: Fusini racconta la Woolf

La Spezia - Sarzana (SP). Quando si tratta di emozioni neppure una limpida domenica di sole riesce a scoraggiare. L’ha dimostrato ieri, domenica 3 settembre, il vasto pubblico del Festival della Mente. Affrontando con indifferenza la calura del primo pomeriggio, hanno fatto il tutto esaurito sia al bis dello psicanalista Antonino Ferro (che ha replicato la sua conferenza dal titolo Vivere le emozioni, evitare le emozioni), sia al Chiostro di San Francesco per fare un pieno di pelle d’oca sulle considerazioni intorno alla vita di Virginia Woolf presentate con grande garbo, precisione e affetto dall’anglista Nadia Fusini (autrice della recente biografia della Woolf, Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf, Mondadori) e rese voce dall’attrice Anna Bonaiuto.

Seduto nella classica posa dello psicanalista, Tonino Ferro ha messo il pubblico a parte della sua lunga e fortunata carriera, ripercorrendo alcuni suoi casi clinici, dagli inizi ad epoche più recenti. Proponendo sia la sua esperienza professionale che quella emotiva delle persone di cui ha seguito l’analisi, con certa semplicità Ferro ha messo a nudo la tecnica della psicoanalisi, proponendovi sempre accanto le sue variazioni. In anni di lavoro, l’idea che il buon paziente se ne stia di buon grado sul lettino è venuta meno nel suo modo di fare analisi: «perché avendo avuto la fortuna di lavorare anche sui bambini, mi sono trovato a un certo punto a fare analisi a pazienti che stavano sopra, sotto il lettino, ma anche sopra o sotto il tavolo». Con ironia, Ferro dissacra in poco più di un’oretta alcuni precetti quasi mitici della psicoanalisi, tra cui i criteri di analizzabilità di un paziente che lui liquida come «quelli che servono all’analista per vivere tranquillo» e alcuni altri. Per esempio: «Gli agiti sono mezzi meno semplici per comunicare», così Ferro introduce un’altra delle sue pratiche poco conformiste: accettare che il paziente possa “attaccare il setting” ovvero agire e comportarsi al di là dello standard per comunicare qualcosa che con le parole non gli è possibile; tutto sta nel cogliere il significato anche di questi messaggi. Tra le regole ferree trasgredite, lo psicanalista racconta quella intorno ai regali. «Non si prendono regali dai pazienti. Ricordo che la prima volta che mi capitò, la paziente mi portò semplicemente un libro. Lo lasciai sulla scrivania nello stesso punto per molte sedute, fino a quando lei se lo riprese, ma da quel momento l’analisi ebbe un lungo periodo di stasi. Fui io stesso a chiedere alla paziente di riportarmelo sbloccando così la situazione». Ma qual'è lo stato di sanità? Se partiamo dal presupposto che tutto la nostra stabilità sta nel gestire più o meno bene le nostre emozioni, allora «si può dire che avere tanti sintomi diversi, quindi essere un po’ fobici, un po’ ossessivi, un po’ ipocondriaci, ecc. si arriva a quella normalità che è un equilibrio di molte anormalità. Perché espellere le emozioni è una delle prime vie per gestirle. Facendole diventare allucinazioni, fobie o ossessioni mettiamo in atto meccanismi di evacuazione che le circoscrivono. Per esempio se metto le mie emozioni nel fegato, adottando un meccanismo ipocondriaco, mi faccio spesso delle analisi, degli esami e così le tengo sotto controllo dove le ho chiuse. Ma posso anche trasformarle in un animale verso il quale sviluppo fobia o in un ossessione verso la chiusura del gas per esempio».

E’ invece un debutto quello di Fusini e Bonaiuto, ma un successo così non se lo aspettavano davvero. Ed è tutto un fioccare caloroso di “Ci ha veramente commosso”, “devo confessarle che ho pianto”, “grazie davvero per le belle emozioni che ci ha dato”. Firma autografi con grande disponibilità e un bel sorriso pronto da distribuire a ciascuno che le porge il suo ultimo lavoro, la biografia di Virginia Woolf, Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf. Fusini seduta su lato sinistro percorre le sue considerazioni sull’autrice morta suicida durante la Seconda Guerra Mondiale che ha letto, studiato, tradotto e insegnato fino a diventarne amica. Accanto a lei Anna Bonaiuto legge una composizione di scritti che la Fusini ha preparato, ottenuti da alcune bozze per una autobiografia. Emerge il profondo legame tra le due donne che Fusini non nasconde anche sottolineando coincidenze astrali e occasionali, ma poi arriva a precisare che fa tutto parte di un intento e che certo vera coincidenza non c’è e non ci deve essere, lei e Virginia sono due persone molto diverse. Il rispetto e l’amicizia, una grande dedizione, sono gli ingredienti con cui Fusini ha confezionato il volume e questa lettura-spettacolo. Mai pedante, sempre strettamente allacciata alla passione condivisa per lo scrivere, al mistero che porta all’opera d’arte intrisa di vita e emozioni personali, ma mai narcisistica creazione. «La Woolf mi ha chiamato a risponderle. E la scrittura provocata dal suo lavoro si dilatava mentre scrivevo. Imparavo scrivendo a risponderle e lei mi insegnava a scrivere. L’ascolto di lei è diventato l’ascolto di me stessa» e infatti Nadia Fusini oltre alla sua attività di studiosa e traduttrice è anche scrittrice di romazi, tra cui La bocca più di tutto mi piaceva (Donzelli, 1996) , Due volte la stessa carezza, (Bompiani, 1997), L’amor vile (Mondadori ’99), Lo specchio di Elisabetta (2002) e I volti dell’amore (2003), entrambi Mondadori.

Due volte Fusini è stata chiamata a scrivere la vita della Woolf, ma solo la seconda volta ha accettato il difficile compito: «Ero chiamata a scrivere la vita di chi si era ritirata da quell’impresa». Parla di un’esistenza sperimentale vissuta sulla punta delle parole, una vita-parola che non permise alla Woolf di descriversi perché per lei scrivere era un esercizio «per imparare a scrivere. E’ nel racconto – scrive la Woolf – non nella confessione che entro in contatto con la mia esperienza. Scrivere è per me un modo di pensare. Forse solo in Flash ho scritto la mia autobiografia». Per mantenere vivo il grande segreto della Woolf, Fusini ha accettato di scrivere della sua vita, non per svelarlo ma per protrarlo e sfuggire quella curiosità spicciola e meschina che ha guardato dentro episodi di vissuto etichettando la Woolf in molti modi diversi. «Non volevo soddisfare quella curiosità disordinata, volevo portare i lettori a incontrarla per quello che era. Mi sono messa dalla parte del lettore e l’ho convocato a essere amico della Woolf».

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