Concerti La Spezia Venerdì 18 febbraio 2005

Vinicio Capossela in concerto

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Milleduecento persone.

Accorse da Liguria, Lazio, Marche, Emilia Romagna.
Stipate in un centinaio di metri quadri, unite le une alle altre, accaldate, meravigliate, curiose e desiderose di assaporare un po’ di poesia e malinconia, cieli stellati e baci rubati, morne e rebetici, pizziche e tanghi.

Ansiose di lasciarsi cullare dalle note del suo pianoforte, dalla sua voce così roca e pure così calda. Quest’anno San Valentino lo festeggiamo con Vinicio Capossela.

Sale disinvolto, la sigaretta in bocca, sul palcoscenico ornato di magici strumenti, un imponente xilofono, un contrabbasso, chitarre, fiati, percussioni, persino un theremin, una sorta di sintetizzatore che sfrutta un campo magnetico creato da due antenne e con il quale è possibile produrre un suono intenso, simile al canto di sirena che, come nelle più belle favole d’altri tempi, ci accompagna con la sua malia lungo il nostro percorso melodico e poetico alla scoperta dell’amore, in tutta la sua dolcezza ed amarezza.

Vinicio sfiora i tasti del pianoforte che, come per magia, intonano melodie che subito ti prendono il cuore, come Bardamù, o ti lasciano un sorriso tirato agli angoli della bocca, come la fresca Che cossè l’amor, amabilmente concatenata ad un brano romantico ed incantevole, Besame Mucho, che infonde in noi inerti spettatori un familiare senso di complicità. E cantiamo anche noi, insieme a Vinicio, di amori perduti nella sua Morna, perché “qui c’è soltanto vento e parole d’altrove”, e quasi riusciamo a spiarlo mentre, nel suo Ultimo amore, “stanco e curioso taceva, una storia d’amore cercava”.

“Con una rosa hai detto vienimi a cercare”, Vinicio, e allora “portami il più bel fiore, quello che duri più dell’amor per sè”, grida la tua passione in questo dolce tango, prendimi per mano e cullami forte nel valzer de I pianoforti di Lubecca, sorridimi tra le note di Occhi Neri e continua a guidarmi verso terre lontane, fino a salire tra stelle dorate e spiegarmi che Non c’è disaccordo nel cielo.
Infine riportami giù, in basso, nella nostra terra, “terra di Sud, terra di confine, terra di dove finisce la terra”, coinvolgimi nel ritmo sfrenato ed incontrollabile de Il Ballo di San Vito, nel cui vortice mi sento scuotere, vibrare, tarantolata da questa pizzica, ultima tappa del nostro lungo viaggio.

Viaggio che si conclude con un trionfo di applausi che scrosciano intensi e di bocche che sorridono e gridano il suo nome, ed implorano che lo spettacolo continui, nonostante fossimo già al secondo bis. Questa volta la nostra ubriacatura di poesia è proprio giunta al termine e una volta tornati a casa, stanchi e perduti, dalla nostra gola sfuggirà un solo sospiro: buon San Valentino.

Chiara

Nella foto: Vinicio Capossela

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