Libri Imperia Mercoledì 11 dicembre 2013

Domanda al vento che passa: intervista a Paolo Giardelli

Genova - Siamo nell’epoca della rete, degli smartphone, la scienza è diventata parte integrante della nostra vita. Eppure ancora oggi c’è chi crede al malocchio, chi mette in pratica atteggiamenti per evitare di esserne colpito. Come affrontare queste credenze? Ne parla Paolo Gardelli nel suo ultimo libro Domanda al vento che passa. Malocchio e guaritori tradizionali (Pentagora, 2012, 192 pp, 17 Eu).
Con approccio antropologico, traccia la storia, raccontandone alcuni casi vicini perché liguri, ma anche forse perché l’animo dell’uomo, nonostante i progressi scientifici, non cambia. Gli abbiamo chiesto di parlarcene. Il libro verrà presentato venerdì 13 dicembre alle ore 17 al Museo civico di Sanremo (Palazzo Borea d'Olmo, corso Matteotti). I superstiziosi sono avvisati.

Cos’è questo libro?
«È una ricerca dell’animo umano, che rivela come la nostra società tecnologica sia ancora permeabile a quell’insieme di credenze che vengono sbrigativamente etichettate come superstizioni, mentre altro non sono che modi di esprimere la nostra angoscia esistenziale di fronte alla malattia e alla morte; l’incapacità di gestire le relazioni interpersonali; la fragilità dell’essere umano che cede alla cultura del sospetto (cosa c’è sotto?), quando non riesce a trovare una spiegazione razionale alle sventure che lo affliggono».

Oggi è possibile distinguere il malocchio dall’invidia?
«Si può distinguere la magia nera, la fattura per provocare il male, dal malocchio. In quanto la prima è mossa dalla volontà di nuocere, mentre il malocchio no. Secondo un’antica tradizione di pensiero, non ancora tramontata, esistono persone dai cui occhi scaturisce un’energia negativa che provoca danni a persone, animali o cose, dove lo iettatore diriga il suo sguardo. Ma chi provoca il malocchio, anche se agisce involontariamente, non è innocente. Il sentimento che lo muove e aziona la sua negatività è appunto l’invidia. Il desiderio di possedere il bene di un altro. Come scrive San Tommaso d’Aquino l’invidia è il contrario della carità, mentre la seconda gode del bene del prossimo, l’invidia se ne addolora».

Come riconoscere lo iettatore? Come si trasmette il malocchio, quali sono i soggetti più colpiti, come ci si protegge?
«Lo stereotipo del viso dello iettatore lo tratteggia con le sopracciglia folte, lo sguardo incavato, la bocca stretta, le orecchie appuntite, le orbite profonde, gli occhi sporgenti, le pupille magnetiche. I soggetti più colpiti sono i soggetti deboli, soprattutto i bambini. Chi era vittima di queste paure irrazionali, si proteggeva cercando di evitare chi pensava potesse nuocere, indossando amuleti, eccetera. Queste credenze non sono ancora scomparse e non sono riferibili a sole condizioni di degrado sociale e culturale. Si pensi alle sofferenze patite da Mia Martini, su cui gravava questa nomea negativa, ad esempio».

Quali sono gli amuleti migliori?
«In passato si facevano indossare ai bambini i cosiddetti brevetti, dei sacchettini contenenti vari ingredienti come immaginette sacre, foglie d’olivo benedette alla Domenica delle Palme, medagliette di santi, eccetera, di solito confezionate da suore e acquistabili presso santuari. Ma altrettanti erano preparati da guaritori tradizionali, utilizzando anche altre cose, come la pelle di serpente. In ambito più strettamente religioso la croce, il segno della croce, il rosario, l’immagine di san Michele, ecc. Un amuleto molto potente è sempre stato il corallo e, come detto, la pelle di serpente. Poi gesti come fare le corna, le manufiche (il pollice tra l’indice e il medio), eccetera».

E il ruolo del guaritore?
«Al guaritore ci si rivolgeva perché il medico era lontano e costava, e perché paziente e guaritore condividevano la stessa cultura, ciò che non avviene con la medicina ufficiale. Tuttora per alcuni disturbi come il fuoco di Sant’ Antonio, pur ricorrendo anche al medico, ci si rivolge al guaritore. Il guaritore tradizionale agisce, come intermediario, discendendo il suo potere dall’Alto, perciò non si fa pagare, a differenza di tanti ciarlatani televisivi.. Applica un sapere empirico, quello dell’uso delle erbe, tramandato di generazione in generazione, spesso unito ad una terapia magica che si traduce in formule verbali, pronunciate in modo quasi intelligibile, perché non siano rivelate ad altri. Può usare anche molti altri gesti: soffio, segno, imposizione della mano, eccetera»

Qual è questa Domanda al vento che passa?
«Il titolo del libro si riferisce ad un episodio accaduto ad un antropologo, che stava svolgendo una ricerca in Africa. Il lettore avrà modo di scoprirlo».

In che zone hai condotto la tua ricerca?
«In tutta la Liguria, dalla Lunigiana al confine francese. La nostra è una regione molto conservatrice riguardo alle tradizioni popolari. All’interno del testo i riferimenti e collegamenti sono i più ampi dalla Sardegna al Friuli, dall’Africa al Tibet. Si parla anche di case e oggetti maledetti, non solo liguri. Vicende spesso incredibili».

Puoi indicarci un rito, una tecnica facile da fare, per allontanare il malocchio?
«Come antropologo mi limito ad osservare e descrivere, non ad esercitare riti magici. Né consiglio ad alcuno di rivolgersi a guaritori o di praticare strane cerimonie. Tuttora molto diffuso e universalmente noto è quello di prendere un piatto fondo con acqua, aggiungere un poco di sale, porre il piatto sulla testa del paziente. Far cadere tre gocce d’olio da un ramo di olivo benedetto. Se spariscono c’è il malocchio. Si ripete per tre giorni fino a quando le gocce restano concentrate. Tutte le volte l’acqua della fondina, dopo un certo tempo, si getta in tre angoli diversi».

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